la gaia educazione

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mercoledì 6 luglio 2016

La violenza inelaborata



E’ difficile parlare di violenza. E’ una “parola-valigia” davvero consunta e spigolosa, piena di trappole semantiche e in fin dei conti poco analizzata.

Appare piuttosto comico dover partire al solito dalle definizioni però talora aiutano. Il dizionario dice due cose: 1) forza impetuosa e incontrollata; 2) azione volontaria, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà (qui poi ci sono una serie di sottocasi ma meno rilevanti).
Non è male, come punto di partenza: abbiamo da una parte un impulso cieco e indeterminato (forza che si scatena senza che sia precisato come e su cosa) e dall’altra parte invece la descrizione, in generale, di un’ “azione volontaria” che obbliga altri o altro ad agire contro la sua volontà (è vero, si parla di soggetti ma proviamo solo a pensarlo come qualcosa diretto ad altro, per stare ancora un po’ lontani dalla necessaria e troppo ovviamente ribadita violenza intraumana).

Insomma da una parte una scarica di forza (presumibilmente indotta da quella cosa ugualmente complessa che noi chiamiamo rabbia e che di solito si appoggia su ‘un’altra cosetta variabile di soggetto in soggetto che invece possiamo definire aggressività). Dall’altra invece ci troviamo di fronte a un gesto consapevolmente diretto a forzare qualcosa o qualcuno a muoversi contro alla propria volontà e o aggiungerei forse, natura.

Insomma, se mi è consentito, e per ora io me lo consento, da una parte la furia cieca (la chiamerei violenza calda) e dall’altra la violenza deliberata (la chiamerei violenza fredda). Spero mi si perdonerà la grossolanità di questa distinzione ma credo possa avere un certo valore euristico, per dirla con le parole fini di chi fa la ricerca.

Ora, sarebbe lungo e forse fuori luogo elencare tutte le forme di violenza che ci circondano oltre a quelle di cui siamo di volta in volta vittime o agenti (diciamo con questo termine neutro per non cadere in gerghi criminogeni).

Prima sentenza dubitativa: siamo tutti vittime e attori di violenza, in un modo o nell’altro, violenza cieca (tipo prendere a scarpate una porta che non si apre dopo aver tentato di aprirla con metodi più consoni per un certo numero di volte a seconda dell’indole e del grado di tensione) e violenza ben vedente (tipo avvelenare una colonia di scarafaggi con un’insetticida truculento solo “perché ci fanno schifo”).

Capisco, sono esempi che non si confanno alle dolorose cronache del nostro mondo, e tuttavia credo sia importante tenerne conto.

Seconda sentenza dubitativa (lo dico solo per scrupolo professionale): la violenza è continua, onnipresente e inevitabile. Lo so che qualche rousseau o qualche harikrishna di buona volontà potrebbe mettere in dubbio ciò ma mi dispiace, io sto dalla parte di Leopardi (cfr. le numerose frequenze di questa riflessione cruciale nelle Operette, nello Zibaldone, nei Canti e così via).
Ovunque c’è battaglia, nella natura, inutili gli esempi, tra le cose (perfino!), tra le cose e la natura e infine tra l’uomo la natura e le cose. Tra tutti i violenti, senza ombra di dubbio, uno dei più pervicaci e inguaribili è proprio l’uomo. Non che non abbia altre qualità ma…questa disposizione, nutrita di aggressività e di rabbia, è sempre presente in ognuno, con gradi diversi di espressione comportamentale e di selezione dei destinatari.

Gli antichi, pace all’anima loro, sempre che ce l’avessero, avevano coniato un buon modo e anche economico per distinguere gli umani, con i tipi di bile presenti in essi: quella gialla, fragorosa e feroce, quella rossa, sanguigna, quella nera, mortuaria e algida, quella bianca, flemmatica e lenta. Ma non si facevano illusioni: tutti questi tipi sapevano fare violenza ciascuno a modo proprio. La bile gialla, che poi si è fatta coincidere con la violenza tout court, era solo uno dei modi. Ci si guardi dalla violenza dei melanconici, velenosa e mortifera, come da quella dei flemmatici, fredda e ritardata, o dei sanguigni, corposa e talora manesca. A ciascuno il suo.

Che vuol dire? Vuol dire che una delle manifestazioni costitutive del nostro mondo (e probabilmente dell’intero universo è la forza cieca e incontrollata così come l’intenzione di fare del male, per dirla in breve), specialmente quando quel mondo procede a velocità supersonica incitando alla competizione e alle sfide.

La violenza, più o meno terribile, è un carattere permanente del nostro mondo, umano e non. Gli animali si aggrediscono continuamente, sono attanagliati dalla paura, alberi, cespugli e fiori combattono tra loro per prevalere e diffondersi, uomini, donne e bambini si colpiscono con l’ampia varietà di strumenti che la cultura e la natura hanno loro riservato, senza requie.
La rosa degli esempi è talmente ricca e complessa che forse varrebbe la pena di compilarne una enciclopedia. Tuttavia, nell’economia forzata, per quanto possibile, di questo breve testo, mi toccherà scegliere qualche situazione sensibile.

Il guaio è che sono davvero tante, anche solo quelle sensibili: la città è violenta (come nel film del 70 di Sollima con Charles Bronson), troppo facile fare esempi, la guerra tra pedoni e automobilisti, tra automobilisti sigillati nelle loro auto condizionate e lavavetri, tra rumori, tra natura e cemento, tra aria sporca e polmoni, nostri e di chi vive di ossigeno intorno a noi ecc. ecc.. Non mi ci soffermo anche se meriterebbe. L’informazione è violenta (ci dissemina quotidianamente di dolore, di disgrazie, di truculenti casi di macelleria sicuramente più appetibili delle notizie normali (parentesi nella parentesi: non dirò una cosa nuova dicendo che noi, privati di violenza fisica, siamo poi affamati della visione della violenza fisica e anche iperfisica), contribuendo, insieme alle città, al lavoro, alle norme, ai doveri ecc. ecc., indubbiamente a far salire quella cosa che noi chiamiamo stress ma che credo andrebbe meglio tradotto con tensione e rabbia per le infinite frustrazioni e colpi cui noi tutti, consapevoli o meno, siamo sottoposti da tutte quelle cose insieme e anche molte altre).

Ma veniamo al sensibile sensibile, che più ci interessa, noi che ci occupiamo dell’allegra umanità e delle sue sorti progressive.
Terza sentenza dubitativa: famiglia e coppia sono campi di battaglia sanguinosi.
Tutti lo sappiamo bene perché in famiglia, prima o poi, ma di sicuro prima, tutti ci siamo passati. Naturalmente la maggior parte di noi si racconta che la famiglia è un nido, una cuccia calda, un luogo di protezione e di dialogo, di sollecitudine e di cura. Raccontiamocelo.
Tuttavia di solito non è così. Il conflitto è il vero piatto forte di ogni congrega, specie quelle non elettive, e la famiglia lo è ben poco, fatto salvo un certo desiderio reciproco provato in epoca remota tra i due principali contraenti (la coppia genitoriale). Tutti gli altri vi sono capitati (i figli) non per scelta. E dunque se ne deducano le molte complesse conseguenze.

Ma veniamo a bomba: questa benedetta coppia, gli uomini maltrattanti e le donne maltrattate.
Per carità, vero, tutto vero, e antico almeno quanto la nostra civiltà (postmatriarcale), fatto salvo che nell’ultimo secolo (il XX soprattutto) le donne, invece che essere semplicemente usate e buttate, emarginate e soggiogate, hanno risollevato le loro sorti (dove più, dove meno, dove per nulla) e oggi spesso fronteggiano i loro partner da pari a pari, talora pure con qualche punto di vantaggio (che una volta, secondo il Baudrillard, comunque possedevano, secondo il codice della seduzione, detto en passant).

Ora si dà il caso che, tra momenti di altissimo tripudio prossemico, di beatitudine affettiva e fisica, di condivisione e di protezione reciproca, si annidi il germe della guerra. Dolcissima e suggestivissima certamente ma talora anche spaventosa e omicida. Mi si intenda, da ambedue le parti. Non certo per sminuire l’orrore dell’omicidio in senso letterale, o delle botte in senso letterale, fatto che, nella maggior parte dei casi vede il maschio dalla parte dell’agente violento e la femmina dalla parte della vittima (termine sempre un po’ troppo carico di connotazioni ma ok) ma per ricordare che comunque di un teatro di guerra non unidirezionale si tratta.

Appare certo semplicistico provare a dire, nel grande frastuono, che anche le donne posseggono strumenti micidiali che uccidono (non in senso letterale). Essere uccisi dentro, aboliti dal rifiuto e dal disprezzo, dall’intelligenza (in media le donne sono più intelligenti e loquaci dei loro compagni) di una donna, può essere catastrofico per una psicologia maschile un poco rozza. Ma non voglio certo cavarmela con questa minuscola pagliuzza nell’occhio dei giudici. Il fatto è che la coppia è un organismo a rischio, lo si dica una buona volta. E ahimé inemendabile. La cultura aiuta certo ma vi sono illustri intellettuali che sono arrivati a uccidere la propria moglie (e mi risparmio gli esempi).

Il teatro della violenza è antico almeno quanto la nostra mitologia e il substrato di pulsioni inconsce che la ha fomentata. Vi ricordate Venere e Marte, che coppia eh! Se la facevano di soppiatto, all’oscuro del pur astuto Efesto, che però a un certo punto li mette tutti e due alla berlina nella famosa rete. Ma qui quello che interessa è la coppia: Venere e Marte. Venere vuole Marte, e viceversa. (Per una riflessione un po’ meno grezza di questa si veda Un amore terribile per la guerra di Hillman). Marte non vuole Estia , per dirne una, la dea del focolare. Vuole Venere, la bella e pericolosa. E lei vuole lui, bellicoso e tuttomuscoli. E forse lo vuole così anche perché nelle sue fantasie si aggira una pulsione masochistica, chissà. Ma anche questo è troppo semplice e banale (per quanto mi torni in mente una sentenza di Elisabetta Canalis che, in una trasmissione televisiva, a un’intervistatrice che la interrogava sui suoi gusti maschili, rispondeva: lo voglio con i muscoli, al cervello ci penso io. Meditare su ciò, meditare…).

Ma sia: i maschi hanno i muscoli, fatti in palestra, non certo con il lavoro o sui campi di battaglia, eufemizzazione che non trascurerei del tutto per una sua oggettiva rilevanza (e comunque anche molte donne hanno i muscoli da palestra) e ciononostante tanti sanno tenerli al loro posto. E per fortuna. Se no altro che emergenza sociale! Gli uomini sono ancora uomini, (benché talora demascolinizzati interiormente come vuole certa psicoanalisi), ed è così che li vogliono molte donne dall’indubbia e inopinabile femminilità.

Forse, per evitare la violenza domestica, una delle tante forme che assume il conflitto nel campo di battaglia della coppia (tramato da gesti di minaccia, assenze, mutismi, invettive, grida, oggetti innocenti percossi e demoliti, pratiche legali più o meno virtuali ecc. ecc.) e tra le quali ahinoi anche quella fisica ha un suo luogo, forse in chi (ma non sempre e non necessariamente) vi è più abituato, occorrerebbe demascolinizzare definitivamente il maschio e defemminilizzare definitivamente la donna, assestandosi su identità intersessuali ormonalmente pacifiche (non si scomodi comunque la teoria del gender, quella è ben altra cosa).

Ma insisto, conscio che mi sto facendo nemici e nemiche riga dopo riga, vuoi l’uomo palestrato e già abituato a risolvere almeno parte dei suoi conflitti con gli argomenti più diretti e incontrovertibili? Ok ma poi ci sta che, al colmo della tensione, quando le parole, già in lui non proprio abitudinariamente frequentate nelle loro più articolate sfumature, vengono meno e la pressione sanguigna improvvisamente sale vertiginosamente, qualcosa di implacabile e sinistramente materiale faccia la sua comparsa. Non è igienico portarsi un bisonte in casa.

Questo non assolve certo i maschi violenti, figuriamoci.
Ora però, ora, freniamo. Non mi interessano gli argomenti legali né terapeutici in senso personale, non credo ai casi individuali, né alla malattia, né alla malvagità.
Ogni uomo e ogni donna sono violenti, a seconda delle condizioni personali, della propria storia, della società in cui vivono e anche a seconda delle loro doti genetiche. Non vi è dubbio poi che la cultura, il linguaggio, un certo impulso a reprimere il gesto violento e anche la politica abbiano concorso a ridurre le violenze più efferate. Ma disboscarle completamente credo sia impresa davvero dura. Senza contare, ripeto, che l’aggressività, quella, resta, e i motivi del conflitto pure, umani troppo umani.

Ma permettetemi -sono un pedagogo in fin dei conti-, di concludere con un bagliore di speranza.
Quarta sentenza dubitativa: nella nostra civiltà l’aggressività e la violenza restano fondamentalmente inelaborate dall’educazione e dagli stili di vita egemoni.

L’aggressività in primo luogo.

E’ l’aggressività, pulsione umana, normale, diffusa a tutte le latitudini, che però può, sottolineo, può trasformarsi in violenza ma non necessariamente. E’ soprattutto lei che andrebbe studiata e trattata con più attenzione.
Sul piano educativo siamo in alto mare, la falla è talmente grossa che occorreranno decenni per porvi rimedio. Cominciando dai corpi, i corpi negletti e inchiodati dei bambini e dei giovani nelle istituzioni educative, specie dei giovani, si caricano di tensione, sono repressi, castrati e inoperosi.

Prima misura cruciale: nell’educazione mettere al centro il corpo, dargli la possibilità di esprimersi, scaricarsi, curarsi. Due orette di sport gli fanno il solletico e lo sport resta pur sempre una sublimazione. Ma vada la sublimazione, però anche con la musica, il teatro, l’arte , le performances, le arti circensi ecc. ecc.. Ma poi esiste una elaborazione diretta, non analogica: le arti marziali, che sono prevalentemente tecniche e esercizi di difesa, ma direttamente a contatto con l’aggressività, con la forza, con lo spirito guerriero, che in una forma o in un’altra alberga in tutti noi. Arti marziali, del combattimento, della lotta fisica, per ragazzi e ragazze, senza discriminazioni, perché si conoscano nel corpo e tra corpi, perché misurino la loro potenza, la loro energia, la loro sensualità, perché si sfoghino in un campo protetto e avvincente, scaricando al contempo il piacere del vincere e la frustrazione del perdere.

Ma anche elaborazione educativa dell’aggressività mentale, nel linguaggio, nelle dispute, nel dissenso. Esistono tecniche e arti del conflitto, della negoziazione, della discussione, strategie dialettiche, della comunicazione dialogica ecc. C’è tutto un territorio di conoscenza, autentica cultura polemica, che almeno un poco aiuterebbe noi tutti a vivere la nostra aggressività come una risorsa e non come un demonio da tenere sotto chiave finché non esplode. A questa cultura occorre rivolgersi per elaborare le radici della violenza, o almeno per provarci. Specie in epoca di intolleranza della frustrazione.

Mi trattengo dal parlare del cosiddetto bullismo perché già ho detto la mia altrove, anche su questo blog. Certo però che un minimo di apprendimento dal codice corporale delle istituzioni totali forse ci aiuterebbe a capirne qualcosa in più… Ma mi fermo qui.

E infine, diciamocelo. Lo diciamo lo diciamo ma non facciamo nulla. Questa nostra civiltà è intrinsecamente violenta, patriarcale nel profondo, ben oltre ogni evanescenza dei padri. Una civiltà del rumore, della velocità, della competizione, della produzione, dell’azione, delle sfide, dell’eccellere ecc. ecc., fallocratica a 360 gradi, è come una guerra continua, tutti contro tutti. E lo è, letteralmente. Fonte di frustrazioni continue, di tensioni, di infinite e interminabili battaglie, cosa ci aspettiamo che produca, oltre alle nostre “magnifiche sorti”? Produce violenza, violenza soffocata, ignorante, invisibile talora ma assai sensibile.

E talora anche violenza consapevole, intenzionale e forse anche giusta, quando difende dei diritti e delle possibilità represse. Ma questo aprirebbe un ulteriore complesso capitolo che per ora rimando.

E dunque? E dunque lo sappiamo: finché non riusciremo a rallentare, a decongestionare, a concedere spazio al silenzio, alla riflessione, alla meditazione, al piacere, al riposo, al sonno, ai vuoti. Finche non impareremo a fare amicizia con ciò che non cresce, assolvendolo una buona volta, finché non ci libereremo da questo mostruoso stile di vita che è il nostro e che è il prodotto della forsennata voracità di questa civiltà del fare inutile che è la nostra, sarà ben difficile vedere sorgere l’alba di un mondo più soddisfatto, meno incazzato, meno assatanato di mete vane e grottesche.

Intendiamoci, non che un mondo più mite possa cancellare la violenza. No, figuriamoci, Marte non può essere cancellato, né le Amazzoni. E tuttavia, può renderli più saggi forse, capaci di combattere senza uccidere, di confliggere provando interesse e impegno per l’arte del conflitto, e alla fine forse persino provare il desiderio di sedersi attorno a un tavolo a dissipare la rabbia e lo stress nel vino e nel piacere. Forse, forse (quinta sentenza dubitativa).

Ma questa, come diceva il barista di Irma la dolce, è un’altra storia.

domenica 7 febbraio 2016

"Voi dovete prendere una cosa, perché vi parli..."



“Voi dovete prendere una cosa, perché vi parli, come l’unica cosa che esista, durante un certo tempo come l’unica apparizione, che dal vostro amore attivo ed esclusivo si trova collocata nel centro dell’universo e a cui in quel luogo incomparabile servono in quel giorno gli angeli”
In un altro evo, in un altro eone, si potrebbe dire, scriveva così Rainer Maria Rilke a Baladine Klossowska.
Angeli? Quelli, davanti all'imperativo alla saturazione, han fatto fagotto da tempo. Amore esclusivo? Merce di altri tempi. Apparizioni? Roba da psicofarmaci.

Fare troppo fare male, si potrebbe dire, proverbialmente.

Che tempo inquieto, febbrile, tormentato! L’apollineo suggerimento di Rilke, solitario scultore del proprio tempo e della propria opera, da intendersi come autentico opus alchemico di distillazione poetica, oggi cade nel guazzabuglio, anzi nello gnommero, per dirla con Gadda, di un’umanità smarrita in un’operatività multipla e senza requie. Chissà che simpatico ritratto saprebbe farne lui, il Gran Lombardo, con il suo impareggiabile humour: …gli umani, se ancor tali si posson dire, appaiono sempre più come la rana di Spallanzani, uno scalpiccio di riflessi elettrici e un inane avviticchiamento a microscopiche protesi di materia insalubre che disperdono i loro vani fosfeni nell’aere…”

Se si è alle prese con una cosa sola, si avverte una specie di senso di colpa. Non far nulla poi, è solo una fantasia depressiva, un’allucinazione perversa.

Siamo tutti arruolati nell’esercito del superfare, del plurifare, al contempo guidare, comunicare al cellulare e programmare la spesa. Oppure leggere e ascoltare la musica, più magari cucinare. O anche, studiare, guardare la tv e chattare. E ognuno si faccia i propri esempi. Non proprio sempre in simultanea ma perlopiù con una capacità sempre più sofisticata di saltellare dall’una all’altra cosa con strabiliante rapidità.

E’ fin troppo facile e banale osservare quanto ciò corroda l’intensità di qualsiasi esperienza, quanto prosciughi la sua profondità, quanto determini un impoverimento straordinario delle possibilità di esplorare, estendere e articolare la singolarità di ogni opera.

Non si è mai con sé stessi o con-uno soltanto, sempre in molti, in molte cose, frantumati e alienati in corridoi che si sommano e si intrecciano non lasciando scampo alla singolarità immensa dell’unico incontro.

Non più tempo per la semplice contemplazione, non più tempo per il vuoto e per la riflessione, se non all’interno di esercizi meditativi che appaiono però non un elemento della consuetudine vitale quanto un esercizio compensatorio e spesso tristemente programmato.

La nostra vita scorre in un continuum sempre più accelerato e stratificato in cui tutto si macina parallelamente, si disperde, non riesce quasi mai ad assumere il rilievo che ne renderebbe possibile un compimento organico.

Troppo ci viene richiesto ma troppo, come ha ben visto Byul Chung Han, ci richiediamo, in un’orgia di autosfruttamento che non credo abbia eguali nella storia e certamente nella preistoria. Siamo sempre al lavoro, ogni cosa al centro del nostro campo di interesse è lavoro, cioè sfruttamento, operare con efficienza, nulla è più affidato al flusso naturale del tempo ma ad un timing completamente domesticato e compresso.

Dai bambini ai vecchi, che solo in virtù di qualche demenza possono placare l’ansia produttiva,
occorre darsi da fare, sia per dovere, sia per diletto, ma comunque dentro ad una macchina che impone ritmo, quantità e rapidità.

Per chi vive nell’università, una notoria ex-isola di privilegio-per-pensare, ciò si traduce nel truce imperativo ad essere produttivi, come se il senso della ricerca si potesse tradurre in prodotti, in quantità o in masse critiche. Sterminando attraverso ciò appunto il pensiero.

Il delirio è finalmente arrivato, non come un mostro a più teste che devasti il vivere sociale, ma come un saccheggio quotidiano e implacabile della nostra possibilità di fare esperienza, di poterla vivere pienamente, facendo di una cosa sola l’unica che, per un certo tempo, sia al centro della nostra attenzione, per tutto il tempo che la sua fisiologia, la sua statura, la sua anima, e il nostro smarrito amore, necessitino.

Ciò che ne deriva, è sotto gli occhi di noi tutti, se ogni tanto li alzassimo dal nostro frenetico fare, fare, fare.

sabato 10 ottobre 2015

Rimuginii oziosi di un ribelle disadattato



A volte mi chiedo se non lavoro per il disadattamento. Può apparire una domanda futile ma io me la pongo. E, più o meno direttamente, me la pongono anche altri. Futile perché è difficile sottrarsi a quello che si è o forse anche perché è così difficile definire cosa sia disadattamento.

Veniamo ad verba, e alla parola sotto processo. Disadattato: sul mio vecchio Zanichelli neppure compare, surrogata dalla voce disadatto, che però non ci serve a nulla (se non a denotare la zona semantica). Vediamo: sull’Hoepli online troviamo, con una bella sigla PSIC.: “chi è caratterizzato da incapacità di affrontare in modo adeguato i problemi posti dall'ambiente in cui vive”. Il che, si presume, ne fa immediatamente un disgraziato, o simile.

Si deve dire dunque che il disadattato adotta soluzioni ai problemi inadeguate e dunque fallimentari per il suo ambiente. Qui si aprirebbero molte interessanti questioni. Anzitutto quella che vede il disadattato potenzialmente adattato a un ambiente diverso dal suo. E’ un’ipotesi che forse proverò a seguire. Ma poi che si tratta di individuare soluzioni a problemi che non vengono dichiarati se non, un po’ genericamente, come problemi postigli dall’ambiente. Tutti?

Certo così il disadattato sembra proprio nei guai, perché se non è in grado, perlomeno in maniera adeguata, di risolvere alcun problema che gli pone l’ambiente, allora vuol dire che è nel disastro. Per esempio dovremmo presumere che non sappia alimentarsi, proteggersi dagli elementi o persino reclamare per sé uno spazio di vivibilità fisica, almeno adeguatamente.
Il disadattato precipiterebbe così nella categoria dell’inabile (ben più radicale di disabile), o del derelitto, almeno sul piano materiale.

In verità io penso ad altro disadattamento, quello che mi affligge personalmente del resto, che si voglia chiamarlo diversamente o più eufemisticamente. Diciamo per brevità che penso a quel tipo di disadattamento o inadattabilità o controadattamento che è appunto l’atteggiamento ribelle, insofferente della norma, dello statu quo. In maniera strutturale. E che proprio in questo senso può anche essere compreso come una sorta di malattia, di deformazione. Questa irresistibile coazione a differenziarsi, a immaginare la vita altrove e mai qui, insomma.

Ecco, la mia attività, i miei libri, il mio “impegno” non sono forse orientati a stimolare quella parte che in ognuno di noi si smarca dalla norma e ci conduce a divenire contro? E in ciò peraltro a diventare inevitabilmente disadattati, infelici, irrequieti, arrabbiati e talora persino disperati, come spesso mi sento io ultimamente (checché si dica e sia stato detto sulla vitalità della ribellione)?

Diceva, come è noto, Thoreau, c’è chi vive “vite di quieta disperazione”. Ahi, davvero? Disperazione? Io vedo persone intorno a me che si accomodano alle regole del gioco e vivono vite tutt’altro che disperate, non so quanto quiete ma certamente convenienti e anche remuneranti dacché si mostrano compiacenti. Chi acconsente allo statu quo è molto più probabile che si danni meno e che addirittura ottenga molto. Le parabole di coloro che hanno saputo rinunciare ai loro spigoli per essere meglio accolti, in ogni campo del vivere sociale, ci raccontano questo. Vivi e lascia vivere. Accetta il codice dominante e otterrai infinite prebende.

Sempre questo codice ha regolato le vite verso la soddisfazione. Può anche darsi che passino poi alla storia gli altri, i sofferenti, gli incompresi, gli inattuali. Ma guardiamoli, osserviamo quanta disperazione, quanto sacrificio, quanta amarezza gli sono costati in vita!
Io amo Nietzsche, amo Van Gogh, amo Artaud, ma la loro divergenza, la loro insofferenza, la loro impossibilità ad adattarsi non gli sono costati terribilmente cari? Certo, hanno lasciato opere incomparabili (per noi disadattati) ma per loro?

Giustamente si potrà dire che non potevano essere diversamente. Che la loro biografia incarna una vocazione, una necessità, un carattere appunto, se non una biologia, alla quale non potevano sfuggire. E sia. Ma ci è dato il lusso di non essere consapevoli della deriva che il propagare simili esempi porta con sé?

Non lo so più. Sono domande futili, perché appunto non si può che essere quello che si è. Ma in fin dei conti ciascuno di noi è davvero ciò che è o è piuttosto quel qualcosa che in lui si dibatte per affermare la sua sporgenza proprio oltre quella norma che lo annegherebbe sì nell’anonimato ma forse gli garantirebbe la quiete e qualche soddisfazione?

Essere qui e ora. Un dilemma, dal momento che non lo sappiamo mai dove siamo veramente. Io sono davvero un ribelle o è l’unica maschera che so indossare? Se fosse così, e dunque potessi pensare che chi seguirà le mie idee sarà anche lui uno con una sola maschera, sarebbe consolante. Non sarà mio demerito. Gli sarebbe comunque accaduto, prima o poi. Una lezione vale un’altra per chi è vocato alla deviazione e all’infelicità.

Ok, sì, tutto questo sa di sproloquio e di autoflagellazione. Ma di questi tempi va così. Oppure è sempre andato così. Il dubbio è che un infelice (io) cerchi di contagiare anche chi non lo è con la sua infelicità e la sua impossibilità a essere felice.

Ma forse, per ribadire il concetto sopra espresso, sarà comunque un destinato all’infelicità, ad allearsi con lui. Sempre che adattamento e felicità, come dicono gli psicologi, siano una sorta di endiade come ahimé appare sempre più chiaramente anche a un irriducibile ribelle infelice (ma forse sarebbe giusto invertire e dire infelice e ribelle) come me.

Consola sapere (si apprezzi l’ironìa) che son ben pochi quelli che ascoltano i miei pensieri. Io stesso uno dei pochi che ha ascoltato i pensieri di altri ribelli infelici. Pubblico scarso, danno limitato.

sabato 19 settembre 2015

Per un'esperienza autentica




Vorrei parlare di un oggetto troppo evidente e forse per questo davvero misterioso. Un oggetto che mi è caro, che nomino, talora forse non sempre con il giusto grado di consapevolezza, o di approfondimento.
Non voglio tirare qui in ballo la lunga lista di tutti quelli che hanno parlato, specie in filosofia, di questo oggetto, l’esperienza. Né men che meno in educazione. E’ fin troppo ovvio che essi parlano in me, come tanti altri e tanto altro.
Questo oggetto mi è caro, l’esperienza, specie se autentica, e già so che aggiungendo questo attributo molti storceranno il naso, in un certo senso perfino io. Ma, proprio con tutto il suo alone ambiguo, il suo odore metafisico e altro, non ne trovo uno migliore. L’esperienza autentica, comunque, fa la differenza. In fondo in tutto.
Che cosa sia un’esperienza, è già difficile dirlo. Ma proverò a far tacere tutte le obiezioni che affiorano ogni volta si provi ad affrontare un’espressione come questa. Di certo è qualcosa che ci riguarda.

Esperienza. Così difficile, così sfuggente. Si è quasi sempre troppo distanti, o distratti, o insensibili, per esperire davvero. Le migliori esperienze ci accadono, inattese : forse proprio per questo, perché non avevamo sondato il terreno, non ci eravamo preparati, non avevamo indossato l’abito adatto, l’espressione adatta, e innescato la paura sottile, o invece spessa, che quell’esperienza categorizzata induce, forse proprio per questo. L’esperienza autentica ci assorbe, ci possiede. E si incarna profondamente in noi.

Oggi, nel tempo in cui la paranoia spadroneggia in ogni dove, e dove occorre essere preparati, istruiti, preventivi, è difficile fare esperienza. Almeno un’esperienza autentica appunto, integra, veemente.
Una esperienza di questo genere, che porta in sé i connotati di quella cosa altresì logora che chiamiamo avventura, è qualcosa che ci coinvolge pienamente. Il più pienamente possibile. Con tutti i sensi anzitutto, al completo. Partecipi e presenti, sensibili e attenti, appassionati e ricettivi. Quanto è difficile, se si pensa a come, nelle nostre vite tutto diventi, giorno dopo giorno, prevedibile, routinario. Come è difficile essere svegli, oppure in uno stato di estatica disponibilità, che non equivale alla presenza della coscienza ma a quella plenaria del corpo, acuta, talora insostenibile, come nel furore di una folla, o nel contatto smisurato di un amplesso.
Ovvio, noi facciamo continuamente esperienza, la nostra esperienza cresce, e forse, man mano che cresce si atrofizza anche, necessariamente, terapeuticamente. Perché l’esperienza, quella autentica, è faticosa, è perfino crudele, a volte.

Un’esperienza autentica però, tale che pervada tutto il nostro organismo, che lo scuota dalle fondamenta, che solleciti e tenda al massimo i nostri nervi, la carne, i sensi, l’attenzione, la curiosità, che lo contorca e rovesci come un quadro di Soutine, resta un oggetto nevralgico per percepire che si sta vivendo e ancor più che si sta incorporando ciò che si vive, lo si sta trasformando nella propria intima fisiologia.
Essere al centro di ciò che accade, essere al completo, essere pienamente. Tutto questo è esperienza autentica, l’unica esperienza che effettivamente lasci una traccia, talora una ferita, talora un segno potente e irrevocabile, talora un ancoraggio inconscio, pronto a riaffiorare involontariamente, magari molto più tardi, per una coincidenza.
Un’esperienza intensa e densa, avrei detto, e direi, forse, pur consapevole che questo tradirebbe una petizione vitalista che tanto sconforta le buone ragioni di una vita misurata e lunga, e vivibile.
Eppure io credo che questo oggetto misterioso e sempre più sconosciuto, dacché tutto congiura a attutirlo, a evacuarlo, a proteggerci dall’impatto con esso – e che tanto più sollecita chi è ancora giovane ma non solo a rincorrerlo nei modi più estremi e talora inappropriati, posto poi che vi sia un’appropriatezza possibile per l’evento di un’esperienza simile- sia il solo in virtù del quale noi possiamo dire di vivere, di vivere veramente. Ed ecco riapparire l’ombra della metafisica. Nel veramente. Ma rinuncio a problematizzarlo. Lo faccia qualcun altro.

Quando si parla di esperienza in educazione – e quanto lo si fa! Quanto la retorica educativa risuona dell’appello all’esperienza, oggi eufemizzato talvolta, erratamente, mescolato con la retorica del fare, o delle pratiche- non si dovrebbe perdere di vista questa destinazione regolativa. Regolativa poiché non si può mai dire quale sia il livello (quantitativo e qualitativo), cui si può spingere il vissuto di un’esperienza. L’esperienza è a molti livelli.
Ma noi dobbiamo, credo, sapere, che solo disponendo il campo dell’evento (educativo) all’irruzione dell’esperienza, possiamo pensare di rendere davvero un dono a chi, volente o nolente, si trova rimesso, tempo e vita, nelle nostre mani inesperte.
Naturalmente l’organizzazione educativa, nelle sue molteplici forme, è quasi sempre insofferente dell’esperienza, e specialmente di quella autentica. Perché essa è di fatto imprevedibile, e selvatica, e pericolosa. Non tanto perché ci si possa fare fisicamente male, il che talora è possibile, ma perché richiede a chi se ne occupa, di affidarsi a un flusso, a qualcosa che lo oltrepassa e che genera effetti che richiedono una continua revisione delle proprie aspettative. Al punto che forse occorre effettuare un’opera preventiva, essa sì, di bonifica di ogni aspettativa. Sapendo che sarà l’esperienza, o l’evento, a generarne in proprio, singolarmente e pluralmente al contempo, ben oltre ogni pretesa, ridicola, di programmazione.

Ora si tratta qui di riflettere su una questione cruciale. E cioè quali sono le condizioni di possibilità perché un’esperienza autentica si dia?
Chiaro che un’esperienza si dà a patto che si lasci avvenire, anzitutto. E però un’esperienza non è solo un accadere nel vuoto, occorre che vi sia un campo. Occorre determinare un campo, che diviene il limite necessario affinché l’esperienza si affacci, prenda forma, evolva.
Dunque la questione cruciale è quella del campo. Si badi bene, non solo un campo operativo, uno spazio, un tempo, un terreno. Ma anche un campo psicologico, emotivo, simbolico.
Occorre coltivare campi di esperienza. Che sono riserve di tempo e spazio liberate da ogni scoria di prevenzione, di pregiudizio, di aspettativa troppo determinati. Il campo è un campo di possibili che si attivano e rendono possibile l’esperienza se il maggior numero possibile delle presupposizioni intorno ad essa sono state elaborate e dissipate.
Se questo campo è abitabile, desiderabile e esplorabile. Se in esso non prende stanza il timore che ciò che accade sia sottoponibile a un giudizio ma sia semmai aperto alla sorpresa dello scoprirne la trama in divenire. Il campo, dove la paura agisce da esclusiva forma istintuale di attenzione, non deve mai essere affidato alle devastanti incursioni della sorveglianza inquisitiva, della valutazione, del giudizio. Tutto questo vanificherebbe (e vanifica, quanto lo fa, nei territori dell’educazione!) la possibilità dell’esperienza.
La paura, beninteso, è un ingrediente dell’esperienza, una paura talora selvaggia, ma non innescata dallo sguardo interessato di un soggetto supposto sapere pronto a intervenire in essa per rettificarla e normarla.

L’oggetto misterioso è qui o forse là, perduto nel tempo, ma ancora potenzialmente sotto gli occhi di tutti. Nella carne di tutti eppure sempre più sepolto e lontano, nostalgico e impossibile. Si impara crescendo che l’esperienza autentica è quella che va progressivamente abbandonata e anestetizzata per sostituirla con le confortanti ripetizioni di un retto agire in conformità delle aspettative sociali. Ma questo non deve ingannarci.
Ci sarà vita (educazione) autentica solo là dove resisterà esperienza autentica, passione feroce, gusto dell’immenso e senza condizioni.

lunedì 8 giugno 2015

Digital nightmare?



Le riflessioni che circolano sulla cultura indotta dall’uso di internet e cellulari sono spesso troppo severe a mio giudizio. Non ho ancora letto il testo di Han ma da quello che ho capito stronca un mondo appiattito e reso acefalo da questo tipo di utilizzo.

Ecco la sintesi delle tesi del filosofo coreano riassunte da uno dei nostri quotidiani nazionali : “La folla che tante conquiste ha ottenuto in passato oggi è soltanto uno sterile sciame. Il mondo virtuale ha perso ogni distanza e quindi rispetto. L'anonimato e la trasparenza sul web sono un male assoluto. La cultura della "condivisione" è la commercializzazione radicale della nostra vita. Internet non unisce, ma divide. Genera un venefico narcisismo digitale. La sua estrema personalizzazione restringe, paradossalmente, i nostri orizzonti. E divora le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa”.

Sinceramente non condivido questi toni. E ancora una volta appare lo spettro di una fondamentale incomprensione di ciò che è veramente determinante, dal punto di vista delle trasformazioni dei modi di vivere, e ciò che invece è solo ausiliario o periferico. O, per dirla con il Nietzsche del Crepuscolo degli idoli, si continua a scambiare effetti con cause.

Il cellulare e internet non uccidono la cultura né l’esperienza ma semmai decostruiscono una certa immagine e una certa costituzione e rappresentazione della cultura e dell’esperienza. La rappresentazione verticale, gerarchica, normativa, in particolare. Quella scolastica e che ha una lunga tradizione, dalle discipline del trivio e del quadrivio alla moderna enciclopedizzazione. Così come, per l’esperienza, contribuiscono a demolire definitivamente quella già abbattuta dagli choc della vita contemporanea tra Erlebnis e Ehrfarung densamente commentata da Benjamin a proposito della Parigi del XIX secolo (è cosa vecchiotta direi…).

Effettivamente tutto questo viene “terminato” dalla rete e dalle nuove forme di accesso alle informazioni. Non mi sto a dilungare: sulle modalità disseminative, rizomatiche e effettivamente degerarchizzate di questo tipo di accessi si è già detto e scritto molto.
Mi interessa di più il versante psicomorale di queste riflessioni che sanno sempre, in maniera un po’ irritante, di o tempora o mores.

Credo si debba essere meno sommari. A parte l’espressione di “folla”, che non so quanto sia sua ma che a me non evoca nulla di particolarmente seducente né democratico, “l’anonimato e la trasparenza come male assoluto” mi pare espressione un po’ eccessiva, savonaroliana, apocalittica.

Se Han guardasse bene la rete (cosa che probabilmente evita visto che se ne sta sempre molto appartato), vedrebbe che il panorama è molto sfaccettato, che accanto all’esercizio dell’autodenudamento, così più pornografico in certa tv spazzatura peraltro, ci sono molte formule per apparire ( e per apparire obliquamente, mascherati, differenti e pluricefali piuttosto che acefali).

In realtà la rete, che poi è sempre un doppio della realtà, è zeppa di zone oscure, di labirinti, di sacche di oscurità. Il selfie è un gioco in voga in questi anni tra i ragazzini ma la rete non è fatta solo dai ragazzini. Come ogni moda tramonterà e si avvicenderà con altre. L’autocelebrazione visiva certo parla della solitudine ma anche del “bisogno di essere visti” in una società che non presta più attenzione a nessuno, non tanto per via della tecnologia ma per via dei suoi ritmi, delle sue necessità produttive, della sua macchina economica.

Effettivamente oggi l’esperienza, in breve, ma anche l’esperienza del sapere, sta mutando molto velocemente. Mentre condivido l’allarme sulla saturazione e sugli effetti di captazione e impoverimento dell’attenzione che l’eccesso di connessioni produce (secondo le note analisi “psicopolitiche” di Stiegler), sono più restio a vedere necessariamente nell’avvento di queste tecnologie un progressivo azzeramento delle facoltà critiche, un appiattimento verso il basso ecc.

Intanto occorre con forza sottolineare ancora una volta, senza nessuna enfasi progressista, diomeneguardi, che comunque oggi circola molta più informazione e per molte più persone. Che questa informazione è più articolata, ha infinite forme comunicative (e non quelle ridottissime e ipercodificate del tempo pre-rete) e che dunque, piaccia o non piaccia, l’accesso è migliorato, aumentato e complessificato. Oggi la scuola per esempio deve confrontarsi con ragazzi che hanno modo di verificare quasi in tempo reale ciò che gli viene detto dai loro insegnanti, il che mi pare, sotto il profilo democratico, un fatto interessante.

Quello che si avverte è comunque che vi sia, specie nelle giovani generazioni più digitali, più conoscenza, più competenza nel ricercare, più differenza. A formarli non sono più solo le istituzioni ma tutto questo mondo di saperi poco normato ma anche straordinariamente ricco.

Si attribuisca la fine dell’umano, più che ai cellulari, -che semmai incrementano la disattenzione sociale hic et nunc, la distrazione, la debolezza della presenza fisica nel mondo, la dissipazione sensoriale-, a un sistema che mira, proprio nelle sue strutture formative essenziali (scuole, uffici, centri commerciali, stage, training ecc.) a depotenziare gli strumenti critici (gli “strumenti umani”), a forsennare con l’incitazione alla competizione quantitativa e performativa, a tartassare con le prove, i test e gli invalsi, a indurre alla vendita esasperata di sé ancor più che all’acquisto.

L’isolamento dell’uomo contemporaneo non è prodotto da internet che, anzi, come dice la parola stessa rete, appare una sorta di compensazione, di farmaco però soltanto generico purtroppo. Che non produce di sicuro condivisione autentica (salvo eccezioni però: molti gruppi solidali nascono anche in rete) ma fornisce almeno un effetto placebo alla totale parcellizzazione e transitorietà dei rapporti. L’isolamento viene da un processo molto determinato e strutturale di frantumazione del corpo sociale perseguito con le trasformazioni del mercato del lavoro, delle professioni, delle politiche di formazione e, certo, anche delle politiche del sapere.

E’ verissimo, come lo stesso Han ha sostenuto nel suo libro migliore, La società della stanchezza, che oggi le persone sono spinte all’autosfruttamento, ma questo non è l’effetto delle tecnologie ma di politiche molto precise che spingono al tutto contro tutti e all’azzeramento di ogni formula di agire sociale orientata autenticamente all’intesa e alla mutualità.

A me pare, senza alcuna velleità di celebrazione naturalmente, poiché mi rendo conto di quanto le tecnologie siano anche avvilenti in molti loro aspetti, che tuttavia non si possa addebitare loro l’impoverimento culturale del mondo. Al contrario direi seppure in forme davvero imprevedibili. E’ chiaro che occorre però riformulare drasticamente l’idea un po’ aristocratica e, ahimé, improponibile, di cultura che un certo modello di sapere intellettuale ci ha tramandato e non si rassegna (comprensibilmente) ad abbandonare.

Inviterei però a guardare con più accuratezza le potenzialità della rete e dei cellulari, ad avvertire la pulsazione di un mondo che proprio a partire dalle interconnessioni può a volte unirsi improvvisamente e produrre “ipergesti” (Citton) fenomenali.

Non credo affatto che le tecnologie siano salvifiche e sono convinto che vadano decostruite attentamente per vedere dove si annida la manipolazione o la strumentalizzazione a fini di asservimento commerciale, di sorveglianza ecc.. Non sono però neanche convinto che siano esse il male assoluto. Temo che questa lettura finisca con il farci perdere il bersaglio autentico. E’ come quando si accusa la famiglia dei problemi dei ragazzi. Si vede davvero il dito e non la luna a mio avviso.

Occorre un’attenzione raddoppiata per i fenomeni sottili, per le differenze. Il mondo è più complicato di un tempo ma non necessariamente peggiore, anche se l’esperienza culturale di un Rilke, di un Benjamin e di altri privilegiati dal talento e dalla sensibilità straordinari forse non saranno più possibili.

giovedì 4 giugno 2015

Il discorso dello psicoanalista capitalista



Mai come in quest’epoca gli psicoanalisti dettano legge. Il povero Lacan si rigirerebbe nella tomba, lui che suggeriva di “fare il morto”, di non prescrivere, di essere la casella vuota che consente al paziente di “fare il giro” senza mai incontrare un soggetto pieno.

Lo psicoanalista francese esortava gli analisti a non ergersi a maestri di verità (non so con quanta buona coscienza ma insomma).

E invece.

La salmodia delle ricette psicoanalitiche è diventata moneta comune del neo-moralismo contemporaneo.
I principali assiomi del “discorso dello psicoanalista” (non quello di Lacan evidentemente ma il suo succedaneo d’oggidì sub specie pedagogica), risultano essere:

maleficazione dell’adolescenza e giovinezza con particolare riferimento alle sue derive narcisiche, rintracciate però ubiquitariamente;

colpevolizzazione del godimento, che da secoli non raggiungeva questo grado di demonizzazione;

individuazione nella latitanza della figura paterna della maggior parte dei disagi del tempo (sub specie dissolvendi, evaporandi et sublimandi);

perorazione della frustrazione e di una “riformata” normatività;

sostanziale colpevolizzazione della “famiglia affettiva” ecc. ecc.

In realtà, sintetizzando le forme del suo discorso, esso non appare molto differente da quello delle pedagogie morali dei secoli passati, in particolare di ispirazione religiosa. In fin dei conti essa ci ripropone, con lievi eccezioni, il classico bagaglio dei vari catechismi, la sacralità rinnovata dei vincoli parentali, il valore incontestabile del lavoro, degli obblighi di studio e così via.

Non c’è che dire, la psicoanalisi, diciamo certa psicoanalisi (poiché si deve pure mettere in salvo coloro che dal suo interno si battono contro questa impressionante deriva), che sembrava ai suoi esordi aliena dal moralismo, addirittura scandalosa, di fondazione laica e positiva, è la nuova “religione del nostro tempo”, per dirla con Pasolini.

Ad essa si abbeverano i nuovi sacerdoti della retta via, che non necessariamente lo sono per mestiere ma semplicemente ormai assolvono questo compito -essendo in via di estinzione i suoi storici artefici-, dai pulpiti più aggiornati del nostro talk-show planetario. Gli altari dei giornali, i sagrati di certe trasmissioni televisive dove possono predicare senza timore di essere troppo contraddetti (da Fazio, dalla De Gregorio, dalla Gruber), i cenacoli delle loro associazioni di afflitti, le sacrestie di certe università servili, i chiostri di certi festival del nulla in continua espansione.

Molti anni fa ho creduto nella psicoanalisi, mi sono avvicinato ad essa proprio perché vi immaginavo un sapere coraggioso, capace di penetrare gli strati più oscuri della nostra esperienza senza il timore di nulla, amavo il suo linguaggio sessuato, la sua componente crudele, il suo gusto di sconvolgere i pregiudizi.

Ma il tempo è passato, oggi i suoi esponenti più in vista sermoneggiano accanto ai tutori dell’ordine, fanno buona mostra del loro riduzionismo guardandosi bene dal diagnosticare la genesi dei problemi dove davvero si trova (nei meccanismi del potere economico che giustifica loro stessi e i loro discorsi), si pavoneggiano dell’aver ridotto un sapere straordinario e rivoluzionario, per molti versi, in una catechesi per tutte le stagioni.

Ma si sa, il discorso dell’analista capitalista chiede risultati immediati, rapidi, il godimento del successo tutto e subito, la spendibilità e la visibilità massima. Ça va sans dire.

Da molto tempo, si capirà, cerco altrove l’alimento per pensare e vivere.

mercoledì 3 giugno 2015

Giovane e bella di François Ozon : il potere della bellezza



Questo film di François Ozon mi ha colpito. Giovane e bella intendo dire. Ozon mi aveva già saputo sedurre, sia in film più feroci come Gocce d’acqua su pietre roventi, sia in film incantati e impossibili come Ricki.

Qui tuttavia l’argomento tanto scabroso è condotto a mio giudizio in modo esemplare e con un tratto fondamentale e che lo differenzia da tanti film sull’adolescenza: nessuno giudizio e nessuna lagnosa sottolineatura, quando non morbosa, del malessere tante volte imputato a quell’età. Niente di tutto ciò: che liberazione!

Che cosa ci viene mostrato?
Un’adolescente bellissima, Isabelle, una Kore, che sceglie di divenire una prostituta, a Parigi.
Un tema che scuote molte sensibilità, specie di questi tempi, in cui parrucconi e parruccone dello psico-set si sono accorti che esiste un fenomeno che si chiama prostituzione giovanile, solo perché per la prima volta ha toccato, con grande diffusione mediatica, anche le classi abbienti (mentre prima, come è noto, riguardava i poveri e gli schiavi d’ogni dove).

Ma come ci viene raccontata questa transizione? La trasformazione di Isabelle in Lea? Anzitutto la ragazza, diciassettenne, ci viene mostrata, all’inizio, mentre è in vacanza con la famiglia, attraverso lo sguardo del fratellino. La prima inquadratura ce la mostra dall’alto, attraverso la lente di un binocolo, mentre seminuda prende il sole sulla spiaggia. Immagine perturbante ma anche molto istruttiva. Anche a giudicare dal seguito, e cioè dalla pervicace volontà del fratello di spiarla, questa sorella misteriosa e affascinante, arrivando a sorprenderla, senza essere visto, mentre nella sua camera si masturba.

Ozon sceglie questo punto di vista per presentarci Isabelle e credo che voglia suggerirci proprio di accomodarci in questo punto di vista, quello del fratellino, nella sua curiosità, nella sua eccitazione, nella sua ambigua innocenza, nella sua morbosa voglia di penetrare quell’universo tanto vicino eppure tanto irraggiungibile. Finalmente una visuale non pregiudiziale, una visuale accogliente e, soprattutto, eroticamente complice.

Se noi riusciamo a restare ben ancorati a questo sguardo allora la vicenda di Isabelle avrà molto da raccontarci, mentre non appena cominceremo a spostarci negli occhi degli altri personaggi adulti, o peggio di qualche diagnosta tra il pubblico, il rischio sarà sempre di soccombere ai pregiudizi e alle solite banalità psicologiche.

Isabelle, che ha un’avventura con un giovane tedesco nel corso della vacanza, è palesemente annoiata dal ménage famigliare. Il suo scopo è superare, con un giovane tedesco a disposizione e con un certo cinismo, la prova della perdita della verginità, dove la vediamo sdoppiarsi e guardare dall’esterno questo evento che non sembra coinvolgerla sotto il profilo sentimentale né fisico. Sbrigare questa pratica è un’operazione che le consente di inoltrarsi in un altrove che evidentemente la sollecita molto di più.

Ma attenzione. Qui la Kore non è la sprovveduta vispa Teresa che passeggia per i prati candida e ignara e si china, per la gioia degli psicoanalisti, a cogliere un narciso. Niente di tutto questo. Isabelle è una Kore decisa e determinata, che, al momento dell’incontro con un messaggero di Ade, l’uomo che le offre denaro in cambio di sesso, decide di inoltrarsi da sé negli Inferi e si trasforma per l’occasione. Il suo destino è al tempo stesso determinato dal Kairos, l’incontro occasionale, ma soprattutto dalla sua sensibilità già scaltra, pronta ad avvistare il fascino prepotente del mondo infero.

Un mondo infero che però, giustamente, Ozon ci propone nella sua veste contemporanea, lussuoso, ovattato, labirintico, accogliente e seducente. Quella dei grandi alberghi parigini. Isabelle in veste di Lea, sale agli inferi, mediante le scale mobili che la strappano al caos metropolitano e con la grazia di una ninfa che sa indossare perfettamente l’abito del desiderio, si inoltra verso lo sconosciuto. Che è proprio Lo Sconosciuto, un uomo adulto, o addirittura un vecchio, ogni volta diverso, al quale carpire la misura della propria desiderabilità ma al tempo stesso espugnare in un tempo estremamente breve il segreto del godimento.

Kore seduce Ade, non il contrario. E nessuna madre Terra, incasinata come è nell’ambiguità un po’ squallida dei traffici frettolosi degli amanti, può intuire il potere né la misura della figlia Kore.

Ozon fortunatamente ci risparmia ogni moralismo, evita di mostrarci una adolescente che finisce divorata dal drago che ha osato sfidare. Tutto al contrario. Quello che si disvela, in un climax che è al tempo stesso prodigioso e ricco di humour, è la progressiva padronanza del potere in dote fin dall’inizio alla giovane ninfa. Potere che lei stessa non sa, ancora non ha potuto sondare nei suoi lati veramente imprevedibili ma che ben presto saprà amministrare nei confronti di tutti, uomini e donne, all’occorrenza ponendoli di fronte alla loro ipocrisia e alle loro voglie inconfessate. Così accadrà con il patrigno, coinvolto in poche mosse nel gioco della seduzione semiincestuosa, interrotta solo dall’intervento adirato di una Era più stupefatta e impreparata che gelosa. Ma allo stesso modo allo psicoanalista, subito inchiodato da Isabelle che gli ricorda maliziosamente che i suoi clienti avevano la sua stessa età. E la madre stessa, posta di fronte al suo tradimento, scorto dalla ragazza dietro le quinte di una rappresentazione teatrale, ma ancor più di fronte al desiderio, forse latente, di essere anche lei “puttana”.

La ragazzina è forte e decisa, sta vivendo la sua avventura, perché di questo fondamentalmente si tratta, un’avventura nel tempo in cui l’avventura sembra impossibile. Avventura in ciò che delicatamente confiderà allo psicoanalista, il piacere dell’attesa, l’inoltrarsi negli alberghi, il lusso, l’incertezza dell’incontro, l’adrenalina della ripetizione, dell’immaginazione sovranamente sollecitata.

Ozon ha anche la cura di sollevarci dal dubbio che Isabelle, come vorrebbe certo sociologismo che non va per il sottile, lo faccia per denaro, o per le borse Louis Vuitton. Il denaro si accumula intatto nel suo armadio. Nessuna spesa. Isabelle-Lea sceglie di essere puttana per altro che non sia il guadagno o perfino il godimento dissipatorio in cui solitamente sociologi e analisti si rifugiano in mancanza di fantasia.

Giovane e bella è Isabelle e in fondo quello cui assistiamo è il mistero della bellezza, del potere che assegna a chi ne è portatore ma anche del suo peso, della sua complessità, del suo dolore. Niente angoscia della bellezza però in Isabelle, niente spalle curve o abbrutimenti adolescenziali. No, piuttosto l’esplorazione, portata all’estremo limite, del suo potere. Potere di procurare dipendenza, di dominare, potere di uccidere.

Ciò che forse neppure Isabelle-Lea può immaginare, nel suo impeto avventuroso e ribelle, è che la sua bellezza possa uccidere. E non solo metaforicamente.
In fondo al labirinto che la nostra eroina perlustra senza timori, anche lei incontra il suo minotauro. Un essere dolente e malinconico, come forse anch’ella è, nella mirabile e unica consapevolezza che giovani e anziani talora hanno. Un anziano che di lei si innamora, forse proiettando nella sua bellezza quella di una moglie che tale doveva essere stata al loro inizio.
Un anziano delicato e gentile, che riesce, forse il solo, a sciogliere un poco la durezza della sua armatura amazzonica. La guerriera con lui un poco accetta il gioco erotico, la seduzione, e perfino il piacere. Il dono del piacere di lei coincide con la (buona) morte di lui, che forse proprio questo cercava, chiudendo il circolo di una vita che sembrava non poter prescindere dal tributo irresistibile alla donna e al suo magistero erotico.

Questa è la vera cesura nel viaggio agli inferi (inferi di cui andrebbe rivisitata l’opulenta necessità, ben contemplata nella duplicità Ade-Pluto). Isabelle deve comprendere il potere della sua bellezza anche dove sembra irriconoscibile e incomprensibile.
Occorre tempo, occorre una sosta, dove tuttavia la vediamo davvero padrona del suo mondo, il cui squallore piccolo-borghese non sembra all’altezza della sua caratura. Non sarà l’apparato psicosociale ordito da questo contesto a poter riparare la ferita. Niente affatto.

Anche in questo Ozon, fedele allo sguardo poetico, intuitivo, amante che ha scelto fin dall’inizio, ci risparmia la caduta, che sarebbe stata fatale, nello psicologismo quotidiano.
Sarà un’altra bellezza, il potere di un’altra bellezza, una ninfa-stella come la moglie del cliente, che però è anche, -il cinema qui confonde le carte secondo me-, Charlotte Rampling. Una stella-ninfa che intercede per lei. L’incontro di queste due figure, nella cornice di un letto, nella delicata e magica manipolazione del viso che la Senex procura alla Puer, nel sonno indotto, una sorta di trance erotica, nella condivisione del desiderio (“anch’io avrei voluto farmi pagare qualche volta…” le confida la donna), è un incontro salvifico.

Non terapia, non presa di coscienza, non sanzione. La Isabelle che rinasce nella stanza d’albergo dove ha consumato piacere, morte e resurrezione è semplicemente una donna che ha espiato la colpa della bellezza attraverso l’assoluzione di un’altra donna, colei che sa per esperienza di cosa si tratta. Iniziazione, se si vuole, passaggio di testimonianza, magia rituale.
Così si scioglie il mistero della bellezza della Kore che ritroviamo nell’ultima scena in cui finalmente non è solo l’apparizione della ninfa con il riflesso perduto in uno specchio (martellante evocazione della duplice Isabelle/Lea). E’ lei (forse Isabellea?) a vedersi ora nello specchio, a guardarsi e a poter assumere tutto il suo potere. Ozon ci lascia rapiti nel suo mezzo sorriso rivolto in avanti, rivolto oltre, mentre Françoise Hardy, cantora ormai senza tempo della meraviglia adolescenziale, intona “Je suis moi”.