la gaia educazione

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venerdì 16 marzo 2018



Rubrica : Suggestioni di gaia e diffusa educazione




La caccia al tesoro tematica

(dai 10 ai 19 anni ma anche per pubblici più attempati nell'eventuale evoluzione professionale o semiprofessionale):

La caccia al tesoro tematica è un prodigioso strumento di gaio apprendimento. 

Tematica perché organizzata intorno a un tema specifico: l’inferno di Dante, i Manga giapponesi, la cavalleria e il trobadorismo, Wall Street, il mondo del senza fissa dimora e così via…

Un gruppo a turno dei ragazzi organizza completamente la caccia al tesoro.

1.         Esplorazione del campo tematico (es.: il mondo del senza fissa dimora: perlustrazione, documentazione, reportage ecc.)
2.         Selezione delle tappe della caccia sulla base delle figure e degli eventi tematici (es.: farsi fotografare   mentre si abbraccia un senza fissa dimora; oppure farsi raccontare almeno due eventi di vita da un senza fissa dimora, documentato con registrazione ecc.; ): costruire un percorso, da effettuare in un tempo dato (all’interno dell’orario educativo ma anche esterno, nello spazio educativo ma anche esterno)
3.         Organizzazione del percorso con eventuali stazioni prestabilite (es.: Inferno di Dante: incontro con Ugolino che dilania crani, con messa in  scena di Ugolino nel luogo specifico con eventuale presenza di notaio che certifica che Ugolino morì di inedia non avendo denti ecc. vd Wikipedia)
4.         Messa in opera, monitoraggio e cronometraggio, premiazioni

Il gioco si effettua a coppie, per aumentare l’attività dei membri (più di due disperderebbe le energie),  minimizzando gli effetti di tristezza (meglio elaborabile in caso di sconfitta) e massimizzando quelli di piacere condiviso (in caso di vittoria). Anche i premi sono a cura degli organizzatori. 
Meglio premi surreali e inusitati.

Sbizzarrirsi su tematiche di ogni genere, che inneschino gli apprendimenti e le avventure più vari, sia nelle prove, sia nell’allestimento, sia nella recitazione individuale degli organizzatori ecc.
Gli adulti cooperano esclusivamente come consulenti. Tutta l’organizzazione è nelle mani degli allievi.

Dopo l’effettuazione sessione di discussione sugli elementi problematici, quelli di successo e le variazioni da integrare in una nuova proposizione.

Future prospettive (per gli standard europei di occupazione) : diventare organizzatori di cacce al tesoro a tema, animatori di circoli esclusivi o conduttori di mele e perevisione.

domenica 4 marzo 2018

I volti migliori della nostra generazione



Ieri ho visto alcuni dei volti migliori della nostra generazione. E ho sentito le loro voci. In un’assemblea di persone mirabilmente accompagnate e ospitate da Anna Maria Conoci, di persone ancora vive, nonostante il soffocamento sistematico di cui tutti siamo vittime ad opera della polluzione di nulla continuamente officiata dalle agenzie di promozione del potere che uccide, ho ascoltato voci assonanti e controcorrente, ciascuna con la sua specifica intonazione.

All’esuberanza vitale, gioiosa e contagiosa delle parole e dei gesti di Franco Arminio, cantore di una nuova attenzione per ciò che ci circonda, un’attenzione sufficientemente lenta e sorvegliata da poter invertire l’entropia accelerata che distrugge la bellezza possibile dell’essere nel mondo, la possibilità di gustarlo, guardarlo, palparlo, richiamandoci al dovere di essere assorti “percettivi” e non vacui “opinionisti”, si è avvicendata la pacata riconsiderazione di un ascolto della melodia delle cose, per dirla con Rilke, da parte di Salvatore Colazzo. Ci ha ricordato che il silenzio e il vuoto sono premesse per restituire al mondo e alla nostra ospitalità la sua armonia, forse nel senso in cui ne parlava due secoli fa Charles Fourier, con la sua teoria di un mondo amoroso.

Intanto Renato Grilli dava alle pause il senso profondo che da sempre hanno avuto, lasciando che a parlare fossero i poeti, gli ultimi alchimisti autentici di un mondo che sembra provvedere fatalmente a trasformare l’oro che c’è in irrecuperabile piombo.

Anna Maria Conoci ha presentificato la statura essenziale del corpo, nella sua epifania d’infanzia, come scrigno che nessuna maleducazione deve poter reprimere, addomesticare, strangolare per adattarlo alla prigionia dei ritmi della macchina industriale e del feticismo di un lavoro quale che sia. Ci ha mostrato che il corpo dei bambini è sempre integro, fino a che non lo prende in cura qualche ortopedia educastrante e che il nostro compito è di custodirlo, stimolarlo, liberarlo, affinché sia in grado di sentire la carne dell’esistere.

Ho voluto ricordare anch’io che per esserci nel mondo, dobbiamo reimparare a sentire il suo volto, con il volto di ogni cosa, in un rinnovato patto di alleanza, ripristinando una sensibilità simbolica che ci impedisca di violentare la terra, la natura, gli animali, noi stessi nel nostro delirio di autosfruttamento, gli esseri che non corrispondono all’homo oeconomicus, e che invece, in virtù di un’ospitalità acuta e amorosa possano adempiere al loro esserci, diventando quello che sono nella loro più celata intimità.

Chiara Scardicchio ci ha emozionato con la sua testimonianza sofferta per una sensibilità, una percezione acuta e quasi straziata, capace di trarre dalle ferite, dai vuoti, dai balbettamenti di chi fatica a esprimersi la pietra filosofale, perché è proprio dalla vulnerabilità che nasce il desiderio di vita, l’affermazione ad esserci, nell’educazione tanto cruciale e troppo spesso tanto tradita.

Infine Bruno Tognolini, con la sua presenza mobile, danzante, cantante, ci ha ricordato che c’è un patrimonio poetico, che sta nella grazia degli alfabeti sonori dei bambini, nelle loro espressioni solo apparentemente perdute, così come nella rima d’infanzia, la filastrocca, una sorta di ragionata leggerezza o di sensibile pensiero poetante che può fare da potente controaltare ad ogni arroganza giudicante, ad ogni astrazione senza corpo, ad ogni tirannia disciplinare.

Voglio ringraziarvi, amici, volti belli e intensi della mia generazione, per l’entusiasmo che mi avete trasmesso, un senso di partecipazione e di consonanza che mi mancava da tanto tempo. Nel sentiero di un mondo che voi avete presentificato, vi abbraccio.

sabato 24 febbraio 2018

Torna l'educastrazione



Tira aria di repressione sessuale tra le mura delle istituzioni educative negli ultimi tempi. Vento di nuovi ascetismi, visto che le politiche di intimazione alla professionalità, alla produttività e alla competitività non bastano da sole a prosciugare la qualità umana da quei luoghi già abbastanza ingenerosi verso la vita che sono gli obitori scolastici. Ultimamente si parla di sanzionare i professori che a scuola si permettono di intrattenere via social network relazioni con i propri allievi (sia didattiche che personali). Ovunque nascono commissioni che, approfittando del clima generale, sono pronte a squalificare chiunque si permetta di far circolare un po’ di calore umano nei setting della formazione, da candeggiare al più presto possibile da ogni traccia di eros e di contatto umano. Sul corriere della sera ho anche letto che in Inghilterra il preside di una scuola privata nel Denbingshire ha vietato l’innamoramento reciproco tra studenti, con la scusa che esso deprimerebbe l’impegno scolastico.

L’eros ha da sempre fatto molta paura agli istitutori, ai rettificatori, ai direttori e ai chiarissimi rettori. Tutta gente con la spina dorsale dritta e le pudenda ben protette dalle famose mutande di ghisa. Che l’amore circoli nei luoghi dell’educazione è cosa nota da quando gli uomini hanno cominciato a murare i loro cuccioli dentro alle varie sedi di tortura pensate per loro (dai collegi, ai convitti alle sacre scuole regie ma anche repubblicane). Lì dentro, nonostante la fornicazione avvenisse dietro ogni angolo appena protetto, il desiderio, sia erotico che non, ha sempre subito severe misure di prevenzione e di repressione.

Gli anni 60 e 70, con i loro slogan colorati, erano riusciti a far respirare un poco le aule plumbee con una specie di ritorno del rimosso, sotto forma di apertura al mondo esterno, al dialogo, alla simmetria nel rapporto educativo e, persino, un poco di riabilitazione degli affetti e del povero eros.

Oggi però i probi viri e le probe virago anche più rauche di quelli, son tornati a invocare la ghigliottina per chi commercia anche con il cuore e la pancia, oltre che con l’algido cervello, nei luoghi dell’educazione, da sottrarre nuovamente ad ogni lusinga del desiderio o semplicemente della simpatia e della “convivialità” (povero Illich che ci credeva tanto), per ristabilire la dura lex dell’astinenza, della castrazione (educastrazione secondo Celma) e della sublimazione più o meno condita da qualche breviario sub specie psichanalitica.

I nuovi catechismi ci vogliono e soprattutto vogliono ben presto i nostri pargoli (già “culculi” come li definiva Gombrowicz nel Ferdydurke come perfetti allievi innocenti e puri di cuore), pronti ad ogni domesticazione, ad ogni estirpazione della loro qualità umana affinché unica a rifulgere sia la loro statura professionale, o per dirla in modo più chiaro, la loro misura di vendibilità, occupabilità ovvero rottamazione secondo gli indicatori dell’intelligenza emotiva e della capacità produttiva.

Per chi come me si batte per un’autentica erotica dell’educazione (cioè in cui passione, eros e piacere non siano solo merce sottobanco e di contrabbando ma elementi vitali indispensabili), son tempi di dolore e di esilio ma attenzione, presto vedremo non più i nostri giovani solo afflitti dalle passioni tristi quanto totalmente eviscerati dai desideri (almeno quelli liberi), neppure più quelli che oggi ci sembrano tanto spenti e avvilenti.

Ovvio che l’unica strada è scappare via (dalla scuola media, come diceva Todd Szolond nel suo notevole film ma non solo da quella evidentemente), via da queste anticamere della morte emozionale, immaginativa, creativa e pulsionale. Via dai nuovi e vecchi moralismi, totalitarismi di genere, a caccia della poesia e dell “eresia erotica” di cui parlava Radovan Ivsic.

Restituiamo dignità al corpo, alla sensibilità e ai desideri fondando scuole nomadi, rampicanti, arboree, sessuate, “diffuse”, comunque lontano dai nuovi protocolli ingessanti, dai galatei monacali, dalla distruzione di quel poco di umano sopravvissuto all’industrializzazione del nostro immaginario e delle nostre passioni.

domenica 18 febbraio 2018

Spari, botte e la scuola dell'ignoranza




Negli ultimi tempi sembra che i ragazzi e le ragazze abbiano cominciato a menare le mani non solo verso i coetanei ma anche verso gli insegnanti. Una cosa deplorevole, un indice di barbarie, un sintomo della condizione sempre più degradata della nostra gioventù. Colpa delle famiglie protettive! Colpa della tecnologia! Colpa del consumismo che rende questi ragazzi amorfi e tristi!

E compagnia cantando.

Poi ci sono quelli che rivogliono una bella scuola della cultura (contro quella dell’ignoranza) (tipo Saudino). Non so dove la vedano, suppongo nel passato anche se, riandando al passato, io non la ricordo. E dubito che fosse grazie al maggior tempo a scuola che essa sarebbe esistita.
E’ davvero difficile riuscire a pensare oltre la scuola, vederla per quella che è ed è sempre stata e sempre sarà, se si continua a ritenere che essa nei suoi fondamenti debba essere solo restaurata.

Io lo ripeterò fino alla nausea. E’ la scuola che non funziona, per quanto belle materie, bravi insegnanti e orari più lunghi possano fare. E’ la scuola che è violenta, sbagliata, incapace di realizzare apprendimento autentico. Forse che la scuola di trent’anni fa (non so a quale pensi Saudino), facciamo anche cinquanta, realizzava più cultura di questa? Ne ha realizzata talmente tanta che per vent’anni ci siamo beccati il governo più ignorante che forse abbiamo mai avuto. Eppure quel governo l’ha votato gente che usciva da quella scuola! Cosa non ha funzionato? Non è stato fatto abbastanza greco, abbastanza storia, abbastanza arte?

Ma di che stiamo parlando? Crediamo che aumentando il carico di ore scolastiche e riconvertendo le materie su quelle autenticamente culturali, otterremo un paese colto ed emancipato?

Crediamo che la cultura a scuola non abbia sempre fatto la fine che continua a fare, cioè trasformarsi da oro in piombo? Il piombo dell’obbligo, del ricatto e della paura? Certo una sparuta minoranza di privilegiati possono anche ricordarla con il giusto fervore di chi era già stato predisposto alla posa obbediente e disciplinata che lo studio in un tale contesto presuppone. Ma tutti gli altri?

Ma veniamo alla violenza, l’orrore delle cronache di questi giorni. In nome di Dio, come si permettono di alzare le mani sui loro insegnanti?
Mi spiace, non mi intonerò alla nenia di chi difende la scuola ad ogni costo e getta sugli studenti tutte le colpe, o sui loro genitori. Al contrario, mi stupisco che non sia accaduto prima, vista la quota di violenza, fisica un tempo ma anche ora talvolta, e soprattutto psicologica, che studenti e studentesse da sempre sopportano non certo solo dai loro insegnanti (benché anche da loro) ma da tutto il terribile dispositivo normativo da cui sono soffocati e stritolati.

Crediamo forse che la scuola sia un luogo dove esiste comprensione, collaborazione, tutela delle libertà personali, riconoscimento delle differenze, assistenza autentica in funzione dell’apprendimento, cultura e soprattutto cultura dell’insegnamento? Siamo così folli da credere questo? Crediamo che il modo di costruire le classi, di ordinare gli orari, di imporre la disciplina, di imporre tutto dal momento che nulla è scelto, sia il modo giusto per impostare un percorso di apprendimento? Crediamo che un luogo concentrazionario e repressivo come questo sia il giardino di Epicuro o il Peripato di Aristotele?

Crediamo che tenere alla larga i nostri ragazzi e le nostre ragazze dal mondo reale e dai suoi conflitti, dalle sue opportunità come dalle sue contraddizioni, sia un buon modo perché imparino e imparino a conoscerlo, sub forma di magnifici manuali di inamidamento e ibernazione del sapere come le nostre indimenticabili storie della filosofia, dell’arte o gli eserciziari di matematica?

Naturalmente ce ne possiamo raccontare tante e tenerci stretta la nostra bella esperienza con l’insegnante x o y, che non a caso avevano scelto noi, proprio noi, come ci racconta il buon Psicanalista, come discepolo o discepola preferito, per ritenere la scuola un’oasi di bellezza, di studio e di convivenza pacifica e amicale.

Peccato che essa invece sia un luogo di pena per la grandissima parte, che alcuni oggi siano così esasperati da essa ma anche dal nulla che trovano fuori (dove nessuno si pone il problema di rendere ospitale per loro (i nostri piccoli) un mondo che non è per nulla ospitale neanche per noi!), che la voglia di venire alle mani (che c’è sempre stato, sarebbe una follia fingere che non sia così in questi luoghi di detenzione), arrivi fino alle autorevoli e sacre figure degli insegnanti.

Certo, oggi ragazze e ragazzi non vedono più i loro insegnanti come sacri incunaboli del sapere, grazie anche a famiglie un po’ meno inginocchiate davanti alle istituzioni educative -che nulla mantengono di quello che promettono ma soprattutto davanti ai loro soprusi-, non vivono più la scuola come una pena santa in nome della quale immolare il loro tempo, i loro corpi e troppo spesso anche le loro menti.

La vita sociale è una vita sempre più violenta e si dà il caso che nessuno si preoccupi di offrirne una elaborazione seria, men che meno la scuola, barricata dietro la sua offerta formativa (che sostituendo i gadget alla filosofia certo non guadagna un centimetro di credibilità, men che meno con la ridicola e pericolosa alternanza scuola lavoro).

Occorre un ripensamento ben più radicale, che parte dalla vita sociale, dalla quale abbiamo escluso le generazioni più giovani, per regalargli un simulacro di tempo libero di cui non sanno che farsi, invece di una partecipazione autentica e di percorsi formativi stimolanti e nel vivo della vita comune. La scuola è solo un luogo dove trattenere questa copiosa parte della popolazione che nessuno sa dove mettere, sotto il giogo delle valutazioni, dei test e delle psicodiagnosi sempre più diffuse ed allarmanti.

Non mi stanco di ripeterlo, (prima che alle botte succedano gli spari, come già accade altrove), non colpevolizziamo i ragazzi e le ragazze, guardiamoci in faccia noi, giudichiamo noi stessi per quel nulla che facciamo per loro, per la nostra insofferenza, per il nostro poco tempo, per i nostri giudizi frettolosi e corrivi, per l’abbandono al nulla organizzato che li circonda, scuola compresa, cui continuiamo a delegare un fantasma di formazione dall’aria sempre più grottesca e inattendibile.

Occorre pensare oltre la scuola, verso una “città educante”, come con altri (il mio amico Campagnoli in primis, e si veda il nostro La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa, edito da Asterios) tentiamo di dire e fare. Se vogliamo che i nostri ragazzi abbiano voglia di imparare, di esserci nel mondo vivi, partecipi, a pieno titolo, occorre che anzitutto glielo riconosciamo, che gli restituiamo il titolo di soggetti, di soggetti che vogliono esserci e che trovano nella società e non solo nelle scuole -teatrini solo dell’educastrazione-, ascolto, opportunità, tutela, ospitalità.

Forse allora cominceranno a riconoscerci come partner accettabili e non come controllori o secondini più o meno camuffati sotto le vesti degli improbabili maestri. Dobbiamo essere noi a riprendere in mano le nostre vite, il nostro tempo e la nostra voglia di stare con loro, senza rifilarli in massa a un drappello di istitutori e istitutrici di belle speranze.

Non c’è un’altra via, perché in questo ne va della loro vita ma anche della nostra, non possiamo dimenticarlo.

martedì 13 febbraio 2018

Dichiarazione di voto




Dopo lunga riflessione ho deciso che voterò la formazione politica che più sentirò avvicinarsi alla visione del futuro che vorrei e che riassumerei in questi punti, certo non esaustivi ma comunque fondamentali per ritornare a credere in un mondo vivibile:

- Abbattere il feticismo della crescita: è del tutto evidente che non è più possibile crescere economicamente se non comprimendo ancor più il nostro spazio vitale, inducendo in noi ancor più bisogni deliranti e esproprianti il minimo di contatto umano, animale e naturale che ci è necessario e senza saccheggiare ancor più terre e popoli che di certo andrebbero invece assolutamente protetti e liberati. Credo assolutamente necessario che nel futuro si debbano ridurre significativamente l’infinità di idiozie, di merci, di tecnologie che ci separano ogni giorno di più, che atrofizzano la nostra sensibilità e che distruggono i nostri gesti umani. Occorre che quallcuno ci imponga un drastico ridimensionamento del corteo interminabile di falsi comfort da cui siamo circondati e annichiliti;

- Abbattere l’altrettanto infausto feticismo del lavoro: mi rifarei alle eccellenti riflessioni di André Gorz ma anche di autori più recenti per rivendicare il diritto al non lavoro, alla riduzione del lavoro e, al contempo, al dovere minimo di tutto a contribuire al lavoro socialmente necessario (i lavori solitamente disprezzati e riservati a chi non ha altri mezzi di sostentamento: dalla gestione dei rifiuti ai servizi sociali per chi vive in condizione di svantaggio, ai lavori più duri e sottopagati). All’idolatria odiosa del lavoro (da sempre alienato) voglio che si sostituisca la rivendicazione del tempo e dei mezzi per l’espressione creativa, costruttiva e passionale di ciascuno e di tutti;

- Inaugurare una politica radicale di redistribuzione della ricchezza a tutti i livelli della vita sociale ed economica attraverso una lotta all’evasione fiscale senza quartiere, così come alla criminalità organizzata e al lavoro nero ma anche attraverso una tassazione precisa e adeguata nei confronti di ogni forma di guadagno estremo come di ogni povertà estrema, riconducendo l’oscillazione degli stipendi entro limiti normati e proporzionati;

- Per cominciare anche solo a pensare a tutto ciò credo non sia possibile non slegarsi, in modi e tempi accettabili, dall’Unione europea e dalla Nato, organizzazioni che perpetuano la nostra dipendenza dalle leggi del mercato capitalista globale e dalle sue insopportabili iniquità;

- Accelerare una politica dell’educazione che rovesci la logica mercantile cui è oggi fondamentalmente collegata per inaugurare un’educazione all’insegna dell’attrazione appassionata per ciò che si impara, dell’educazione diffusa come liberazione dal sequestro scolastico e dalla cooperazione più vasta possibile tra tutte le generazioni e tutti i soggetti finalmente aventi titolo di comparire sulla scena della vita sociale, minori non esclusi, nonché dall’impegno verso un’educazione che restituisca la giusta importanza al corpo e ai saperi simbolici;

- Indebolire progressivamente la dipendenza coatta e sempre più capillare dalle nuove tecnologie, che stanno impoverendo mortalmente la nostra vita sociale, sensibile e affettiva nonché le nostre abilità fisiche, essendo ormai impotenti senza l’ausilio di protesi tecnologiche sempre più inutili e mortiificanti;

- Affrontare l’emergenza ecologica, ahinoi, globale, in maniera prioritaria e determinata, attraverso politiche complesse che restituiscano equilibrio tra i soggetti umani, la natura e gli animali, rispondano alle emergenze dei territori e delle fonti d’acqua, riducano progressivamente, anche attraverso la diminuzione di tecnologia inutile e tossica, le necessità energetiche;

- Restituire al tempo la sua dignità attraverso politiche di riduzione della velocità della vita sociale, della frenesia e dello sfruttamento di esso attraverso la continua competizione al potere e al successo, da ridimensionare riducendo il potere dei media, abbassando le prebende per i ruoli di potere e incentivando la convivialità, il tempo liberato e l’attività volontaria o pagata attraverso le banche del tempo, le monete non votate alla speculazione o altri risarcimenti di natura affettiva o sociale;

- Incrementare le festività e i tempi di recupero e piacere, liberandosi dal giogo delle festività religiose per dare importanza a momenti di celebrazione del riposo, dei piaceri, della cooperazione, della gentilezza, della cura, affermando il nostro esserci sulla terra laicamente e all’indirizzo di tutto ciò che può restituirci la voglia di abitare la terra e non di essere gli schiavi di alcun sistema di potere;

- Affermare l’eguaglianza di diritto tra uomini e donne all’insegna di una visione complementare del maschile e del femminile, aperta a tutte le ibridazioni ma anche dedita a fondare un’autentica alleanza e non una lotta a coltello tra i buoni e i cattivi;

- Affermare il diritto all’eutanasia, alla libertà di cura (e dunque anche di vaccinazione), e all’espressione della propria singolarità culturale, etnica o religiosa;

- Accogliere le differenze come possibilità di espansione e arricchimento, e dunque apprestare politiche riguardo ai flussi migratori fortemente ispirate all’autentica integrazione nella differenza e all’aiuto e ospitalità per tutti coloro che lo richiedano. Sottolineando il valore primario dell’ospitalità sempre e comunque, a prescindere da ogni giudizio di merito per coloro che si trovano in stato di necessità;

- Liberare dal giogo delle diagnosi forzate, dalle politiche di prevenzione totalitarie e al servizio di profitti economici e dai farmaci sempre più inutili che prosciugano le nostre difese e la nostra capacità di convivere anche con il dolore, l’oscurità e la morte;

- Sottrarre dall’obbligo della redditività le opere d’arte, la letteratura, il cinema, tutte le forme di espressione simbolica che danno senso al nostro essere nel mondo, tutelando tuttavia attraverso criteri di discernimento sufficientemente fondati intrinsecamente (con tutte le oscillazioni che tali criteri non possono che comportare) la loro selezione e il loro eventuale finanziamento; rifondare i media pubblici all’insegna del servizio, della cultura e della democrazia;

- Sottoporre la classe politica ad un continuo monitoraggio, in termini di credibilità, efficacia e onestà, da parte di commissioni composte da autorità legittimate sul piano etico e di competenza, nonché dal giudizio il più possibile frequente dei cittadini;

- Ridurre il più possibile le forze militari e stabilire l’obbligo di sei mesi-un anno di servizio sociale per le giovani e i giovani entro il venticinquesimo anno di età.

Molte altre cose sarebbe necessario indicare, riguardo per esempio all'economia, alle banche, ai nuovi settori del lavoro e del volontariato e a tanto altro ma credo di aver disegnato alcuni tratti per me fondamentali di un paese riconsegnato alla vivibilità, alla partecipazione e alla giustizia.

Non ho ancora deciso per chi voterò ma i miei criteri selezioneranno le proposte che provano a muoversi in questa direzione.

lunedì 20 novembre 2017

Come ci rubiamo la vita



La lobotomizzazione dei nostri poveri sensi è giunta a livelli inimmaginabili qualche decennio or sono e molti di noi non sanno più neppure chi sono, cosa vogliono, che ci fanno qui, anche quelli più “consapevoli”.


La nostra vita è saccheggiata, ostacolata, deprivata, premuta, mortificata.


E le nostre soluzioni? Individuali, specialistiche, settarie, oppure: la morte psichica, non parlo non sento non vedo.


Dove è il punto che sembra continuamente sfuggirci, proprio mentre insinua la sua cancrena in ogni recesso, anche i più nascosti, della nostra vita?


Il punto – e lo scrivo proprio con il gusto di farlo risaltare anche nella scrittura- è la frantumazione.


Noi, i più frammentati, dovrebbe dire Rilke oggi.


Non è il tempo della povertà, ma della frammentazione. Frammentazione che ci affligge e che noi nutriamo con sempre maggiore lena.
Frantumazione di tutto: dei nostri corpi, dei nostri linguaggi, delle nostre menti, dei nostri luoghi, delle nostre relazioni, dei nostri tempi.


Stiamo morendo a pezzi, letteralmente.


Ma la vogliamo, eccome!


Se qualcuno prova a rivendicare il diritto a riprendere un pezzo di sé finito tra i cespugli qualcuno insorge e gli intima di lasciarlo dove sta, perché è meglio.


Che niente contamini niente.


Il privato non deve contaminare il pubblico, le emozioni la produzione, gli affetti il lavoro, la famiglia il denaro, il ruolo la prestazione, la psiche il sesso, le passioni …


Le passioni, miserabili, perdute completamente nella roulette impazzita delle frammentazioni. Quale passione potrà mai risorgere dal tessuto esploso della nostra relazione al mondo?


La prescrizione è: uccidi la passione, trasformala in prestazione, in denaro.


Chi è appassionato trabocca, non sta dentro al contenitore piccolo del suo ruolo.


Ruolo, professionalità, distanza, tutti termini che appartengono al vocabolario della frantumazione e che assolvono al precipuo compito di neutralizzare le passioni, i traboccamenti, le rivendicazioni di inusitati congiungimenti.


Noi amiamo tutto questo. E’ all’ombra della separazione e della gerarchia, delle competizioni e della privacy che abbiamo edificato un mondo in cui l’unica unità di misura, neutra per eccellenza (il neutro, caro Fourier, non è il pivot delle passioni, come tramite tra i differenti, no è il suo nullificatore), è il denaro.


Ci facciamo pagare e paghiamo un’ora di cura, di massaggio, di attenzione. E che sia così. Mica che mi tocchi magari di restituire cura, massaggio o attenzione.


Fiori del solipsismo contemporaneo, la frantumazione, la separazione, la gerarchizzazione, la catalogazione dominano incontrastati.
Anche l’immersione nella natura è un gesto separato, già nel momento in cui parliamo di natura come qualcosa di separato, senza saper riconoscere (ahimé spesso perché estinta) la natura in noi. Cosa vuol dire immergersi nella natura, designare oggi qualcosa come natura, o come tempo libero, se non predisporre le condizioni di separazione necessarie perché qualcuno ne possa fare un bel pacchetto da vendere tutto completo, con musica di sottofondo?


La musica è separata, l’amore è separato, il gesto dell’insegnare è separato.


Nessuno che si doni anima e corpo, o solo anima o solo corpo. Tutti e due diventa relazione (cfr. catalogo), coppia, amore di coppia, c’è già un bel sarcofago dove metterlo a dimora, perché riposi in pace, defunto.


Eccoci, noi, fatti a pezzi. Un pezzetto di relax, un pezzetto di cultura, un pezzetto di lavoro, un pezzetto di giardinaggio, un pezzetto di pet-therapy, un pezzetto di amore, un pezzetto di dolore, un pezzetto di morte.


E’ così che abbiamo debellato la morte in fondo.


Niente vita niente morte. E’ così semplice.


Niente unità, niente fine di nulla.


Sopravvissuti sì ma come frammenti. Non sappiamo neppure mai chi siamo, ce lo prescrive il ruolo.


Toh, adesso faccio l’insegnante, e tra poco l’amante, poi dopo farò il papà e poi, chi sa, lo sportivo.


Nessun papa insegnante e amante e sportivo e addolorato e mistico mentre è padre. Nessun insegnante appassionato che faccia a pezzi le tensioni muscolari che lo ingabbiano nel ruolo.


La bellezza di non essere nessuno da nessuna parte. Fine della tenera finzione della vita integra.


Puttanate romantiche, buone tutt’al più per disperati e anarchici.


Godiamo fratelli, si può sopravvivere così, come marionette appese ai multipli fili delle nostre maschere e delle nostre difese.

Contro la vita.



Poi ci lamentiamo della disperazione.



Non dimentichiamo. Siamo grati a quella disperazione, perché viene da un luogo in cui qualcosa della vita sopravvive. Se siamo disperati, e lo siamo, oh sì, è perché qualcosa di ancora vivo in noi rilutta.



Stiamo vicino a quella disperazione, può insegnarci qualcosa, un anelito di desiderio, una voglia di partecipazione, un desiderio di riprendersi pezzo a pezzo il proprio intero e non essere più funzionari del nulla.




Prima di essere definitivamente sterminati e non avvertire neppure più il dolore, neppure un prurito.