la gaia educazione

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giovedì 23 febbraio 2017

BARBARIE DIGITALE E SPOCCHIA INTELLETTUALE




Sempre più spesso mi capita – ma sono diversi anni- di leggere testi, articoli e saggi di illustri ma anche meno illustri intellettuali italiani profondamente scandalizzati da quella che essi definiscono di volta in volta barbarie, degrado, analfabetismo di ritorno, ignoranza abissale, ecc. ecc.. E sempre più con toni apocalittici.

Non cito gli autori, sono tanti e sarebbe ozioso oltre che probabilmente controproducente.
Quello che conta è il cuore delle argomentazioni di tutti questi lai indirizzati al declino di una civiltà evidentemente molto presente ai nostri benemeriti ma che forse resta un pizzico presunta, almeno ai miei occhi.

Va da sé che i bersagli di questa ondata di raccapriccio, che ormai è una sorta di ondata continua che imperversa su giornali, riviste, blog più o meno fighetti, sono in primis i giovani, bersaglio talmente ovvio e usurato da risultare anche un po’ stucchevole ma in generale un po’ tutti, perlomeno tutti quelli che non sono stati approvati dalla congrega dei probi viri in oggetto.

E così ecco il flagello digitale, cui si imputano mutazioni antropologiche spaventose, uno scempio dei costumi e fin delle nozioni stesse di tempo e di luogo, lo scroscio liquido di un tempo la cui liquidità, più che idrica, sembra più assimilabile a quella del liquame di deiezione, il gergo sessualizzato dei giovanissimi e le loro pratiche indecenti e promiscue, lo stato di derelizione e restringimento lessicale cui inclina la lingua madre e anche l’invasione di quelle cugine e concubine, insomma un profluvio di fenomeni terrificanti che solo ad una travolgente apocalisse possono essere imputati.

Ma è davvero così? E soprattutto, prima era meglio? Quale prima poi e quali aggregazioni sociali davano esempi tanto lodevoli da insufflare nelle gote irritate di codesti aristoi il tifone di tanta indignazione?

Temo ahimé che ci troviamo di fronte a un fenomeno tutt’altro che nuovo, ancora una volta. Ma con una peculiarità che forse è davvero contemporanea. Infatti, mai come oggi, tanti, tantissimi, quasi tutti, hanno trovato modo di esprimersi in una civiltà dove il diritto ad esprimersi, in una comunicazione pubblica, è sempre stato ristretto a un numero assai piccolo di approvati talenti.
Cioè, più in soldoni: mai come oggi, l’arena pubblica è occupata, ma i nostri direbbero infestata, da un numero di attori davvero maggioritario, che spazia per età, classe sociale, classe culturale (ahinoi) e, ancor peggio, classe CULTURALE!

Tutti, con quei maledetti e diabolici strumenti digitali, possono dire la loro, con linguaggi ben al di sotto di ogni tollerabilità e con gerghi che corrompono e degradano il volto dell’unica e comprovata dialettica culturale e politica, quella appunto della ristretta élite degli intellettuali.

Piovono pietre, allora, dagli editoriali, dai fondi e anche dalle spalle dei più autorevoli scranni della pubblica opinione, sulle sguaiate uscite di un popolo che, essendo bue, sempre meglio farebbe a tacere e lasciar parlare chi ha strumento e intendimento.
Tempo, spazio, universo, pilastri della saggezza, pilastri della morale, pilastri della lingua materna crollano sotto l’impeto cinghialesco e grufolante di una turba che si fa un baffo di dire la sua a tutti i venti anche con qualche errore di ortografia e qualche volgarità davvero irresponsabile e scandalosa.

Sopracciglia si corrucciano e labbra si storcono di fronte a questo SPETTACOLO immondo e inverecondo.

Per quanto poi, il dilagare del fenomeno digitale, certo diffuso a tutti i livelli sociali, vede soprattutto perpetuamente abbarbicati ai propri telefonini proprio gli intellettuali che tanto strepitano, perennemente in comunicazione con i loro giornali, i loro fan e le liste d’attesa delle loro imperdibili e illuminanti conferenze. Anche se, proprio questi tutori della retta via filologica e civile, non hanno alcun problema a sedersi nei più indecenti talk show a inveire accanto ai peggiori fascisti, ai venditori di ogni ideologia d’impresa purché sia e ai vari bottegai dell’impero del profitto. Lì non hanno schifo, anzi stringono mani, eccome se le stringono! Anche se spesso, nel fragore dei ferri, pure a loro sfuggono periodi maldestri e lacune di congiuntivo tutt’altro che raccomandabili.

Insomma, diciamolo, ancora una volta la spocchia degli intellettuali, atterriti che il volgo metta lingua in un territorio a loro soltanto riservato storicamente, gronda sul mondo.

Per non parlare poi dei poveri giovani, grande e ovviamente irrappresentato mondo, che da sé ben di rado è invitato a esprimersi almeno nei grandi organi di influenzamento, che fungono sempre da stabile capro di espiazione per ogni colpa dei loro genitori.
I quali genitori smanettano a più non posso con cellulari e ipad, salvo poi dire che sono i figli quelli che vi restano aggrappati come al ciuccio salvifico.

A parte il fatto che non vedo come si potrebbe strappare a un ragazzino un giocattolo così affascinante, preparato con cura dall’industria adulta, dal marketing adulto e dalla frequentissima elargizione sotto forma di dono da parte degli stessi adulti. Si dirà, e come impedirlo? Appunto come, e poi anche e perché?

Vogliamo forse negare che si tratta di strumenti incredibilmente appaganti e potenti? Di giocattoli, mi si perdoni il termine, meravigliosi, in virtù dei quali siamo certo controllati e marcati a vista, ma possiamo anche fare, senza muovere il nostro deretano inabituato al moto, sia intervallato che perpetuo, di tutto e di più?

Un’invenzione senza uguali in virtù della quale, per i canali cui siamo addestrati da sempre, quello uditivo e quello visivo, con intermissione di abilità tattili piuttosto basiche, possiamo accedere praticamente alla rappresentazione di tutto ciò che esiste e non esiste ancora o non esiste più attorno a noi? Possiamo accedere a libri, a cineteche, a gallerie, a musei e certo anche a inesauribili ludoteche, pornoteche, e altre teche di ogni genere e grado? Strumenti con cui possiamo manifestare il nostro pur risibile punto di vista su tutto con platee spesso a noi congeniali e affini? Ma non voglio dilungarmi sui meriti di un dispositivo tanto piccolo quanto versatile, non sono un promoter dell’impresa che li fabbrica (il nostro capitalismo avanzato e democratico, si fa per dire).

Voglio solo dire ai miei colleghi, -e anche a me stesso, giacché anche a me è capitato talvolta di predicare sugli sguardi tolti alla contemplazione della nostra incomparabile civiltà per volgersi su una mise en abyme e una versione truccata e manipolabile di una realtà che francamente diventa, e non certo a causa dei telefonini, sempre più invivibile- perché non proviamo a spostare la nostra attenzione su meccanismi ben più violenti, pericolosi e quelli sì degradanti che riguardano la nostra marcia società? E per cui talvolta scorrere una chat tra giovani può essere ben più interessante e proficuo che leggere il blog più raffinato e quotato?
Vogliamo parlare della guerra delle eccellenze, dello sfruttamento dell’intelligenza e creatività giovanile da parte di un mercato che di tutto si interessa tranne che dalla vita di quegli stessi giovano cui indirizza continuamente i suoi strali? Che se dobbiamo processare una cultura è la cultura dell’aristocraticismo, della selezione, della punizione, che esercita alla passività, all’ignavia e all’omertà?

Che occorre imparare a distinguere, a leggere con più attenzione un mondo plurivertice e anche plurilinguistico e multietnico, ben diverso da ogni universo umanistico monopsicoide tanto celebrato quanto finalmente defunto con buona pace di tutti quelli (e sono stati e sono ancora milioni e milioni) che ha trucidato e estinto per far trionfare la sua tronfia e eurocentrica visione?

Che intorno a noi, come è probabilmente sempre stato, non c’è una gerarchia di strati della popolazione con diritti e doveri pensati e calibrati dai sistemi di potere sulla loro posizione culturale, economica e sociale, ma un “rizoma” con molte teste, un’idra, se volete, o un proteo ben difficile da domare ma che forse occorrerebbe cominciare ad ascoltare, per tributare finalmente un qualche valore a un termine tra i più violentati della storia, quello di democrazia? Magari articolando un po’ di più e un po’ meglio le forme linguistiche dell’ascolto, accogliendo meglio il visivo, il tattile e l’immaginativo?

E infine, per ora, e nella sintesi di un pezzo come questo, che i giovani, se davvero sono così sbagliati ma io non lo credo affatto, ma supponiamo che lo siano, lo debbono soltanto alla macchina infernale in cui li abbiamo infilati loro malgrado?

lunedì 6 febbraio 2017

UNA SVOLTA RADICALE IN EDUCAZIONE


La carica dei 600 parrucconi accademici







Cielo, di nuovo parrucconi che si strappano i capelli, barbogi che pontificano, megere che si scandalizzano!

Quando finirà la trista e trita litania del o tempora o mores? Quando le anime belle del tempo che fu smetteranno di piangere e sbraitare sull’incapacità dei giovani, sui loro sbagli, sulle loro incompiutezze? Di nuovo la vecchia catilinaria della lettura e della scrittura. “fanno errori da terza elementare!” “Non sanno le più pallide regole della grammatica!”. “Non leggono. Non sanno far di conto, non hanno disciplina”. “Le famiglie li rovinano. Le scuole non sono abbastanza esigenti”, "gli insegnanti sono dei mentecatti" e compagnia gridando e infuriando.
Che noia!
Forse occorrerebbe che qualcuno spiegasse ai 600 parrucconi in convulsione da matita rossa e blu, che l’università da parecchio è diventata un’istituzione di massa, che la scuola stessa è diventata da molti decenni di massa e che la civiltà è progredita al punto di non poter tollerare che bambini e bambine e ragazzi e ragazze siano tenuti nel terrorismo delle punizioni, dei castighi e del ludibrio pubblico.
Andrebbe loro spiegato che oggi gli strumenti di cultura si sono assai diversificati e non sono più racchiusi solo nelle biblioteche e nelle librerie e che la lettura ha ceduto il posto a infinite altre occasioni di informazione e di evasione, visto che , fino a prova contraria, coloro che leggono, nella stragrande maggiorana dei casi, leggono soprattutto per evasione, e scrivono solo quando è strettamente necessario e non certo per professione.
Sì, strappiamoci i capelli sulla triste sorta di una giovinezza perduta, ignorante e arrogante. Avanti il concerto: da Galimberti alla Mastrocola, dalla Tamaro a Lodoli, dall’Accademia della Crusca a quella del Politecnico! Giovani senza il dio della scrittura, alla mercè di preposizioni disarticolate, predicati immorali e complementi senza oggetto.

E allora? Irrigidire, disciplinare, sanzionare, moltiplicare i controlli, ergere sbarramenti. Perché non tornare anche ai ceci sotto le ginocchia?

Io credo che li faccia sentire bene, i (o ai?) nostri accademici, schizzare un po’ di merda di tanto in tanto sulle giovani generazioni. Forse gli dà un qualche motivo di esistenza, chissà.

Finiamola una buona volta. Oggi i ragazzi e le ragazze leggono infinitamente più di una volta, anche grazie ai loro dannati telefonini, anche grazie a internet, e scrivono, scrivono molto di più. Leggono e scrivono ciò che interessa loro e non ciò che vogliamo noi. E leggono e scrivono bene o male, ma si intendono.

Io insegno al primo anno di un corso di laurea di educazione, dove approdano studenti che vengono con titoli di studio anche molto poco à la page, eppure scopro tesori di intelligenza, maestria di scrittura, poetica e prosaica, e lettura tutt’altro che banali. Certo in alcuni, come è sempre stato peraltro, in molti altri avverto difficoltà, come sempre è stato peraltro. Capisco che essi comunicano attraverso linguaggi differenti, anche scritti, la cui grammatica e semantica è talvolta differente da quella del toscano cruscante, ma non meno ricca, anche articolata. Le loro faccine sulle loro chat sono forse piè economiche che scrivere del “rumor di croste” della biada, eppure hanno una loro densità, specie quando moltiplicate e associate.
La verità è che non gli stiamo dietro, che loro sono veloci e che se ne fregano delle nostre auree regole. Più o meno come sempre hanno fatto i giovani sani, non quelli già gobbi che immancabilmente finiscono a far marcire le loro frustrazioni dentro le Accademie.

Rassegniamoci: occorre un movimento esattamente inverso. Siamo noi che dobbiamo adattarci, non loro. Siamo noi che dobbiamo aggiornarci, non loro.

Non solo. Se davvero ci teniamo a fargli volgere l’attenzione verso qualcosa che riteniamo cruciale (e qui potrei trovarmi più che d'accordo anch’io. Che leggano Eliot o Rimbaud o Celan o Rilke, lo ritengo piuttosto essenziale). Ma mai ci arriverò sottoponendoli a pene e sanzioni. Occorrerà che elabori dei circuiti motivazionali virtuosi, magari legati ad atti reali, che li chiamino prepotentemente alla lettura, non alle vessazioni dei controlli e delle prove.

Nessun autentico apprendimento è mai passato attraverso la severità (tranne che per i masochisti), solo finzioni di apprendimenti, simulazioni, buone per saltare l’ostacolo e poi scordarsene. Se vogliamo che si appassionino alla scrittura, cosa che in sé è buona e giusta, benché sia falso dire che essi ne siano più di quelli di altri tempi digiuni, occorre trovare il modo di appassionarli facendo leva sulle loro motivazioni, non quelle di qualche obsoleta e fatiscente disciplina istituzionale.

Volete che usino le parole “obsoleto”, o “fatiscente” o “apodittico”, allora occorrerà fare un lungo giro, dentro il sangue e la carne delle loro vite, perché quei termini si conficchino dentro di loro come significanti di significati ricchi di vita, non mere parole imparate a memoria.

La si finisca una buona volta con questo moralismo angusto e cieco, si guardi in faccia la vitalità di questi giovani, che ogni anno trovo un po’ meno addomesticati dei loro progenitori, più aperti, più vivi - probabilmente anche grazie a una scuola che sta finalmente dismettendo la bacchetta e il pugno sulla cattedra, in virtù di insegnanti sicuramente un po’ meno rincoglioniti umanamente di quelli che li hanno preceduti-, più curiosi, più perspicaci, e –perfino!- in virtù delle nuove tecnologie, preziosissime per scoprire ed esplorare ben oltre i confini dell’apprendimento scolare, più informati, magari a modo loro, ma informati.

Io ho imparato a imparare da loro, e basta mettergli sul piatto un cibo saporito per vedergli spalancare gli occhi e la bocca, pronti a gettarsi con persino troppo slancio sul boccone.

Non c’è bisogno di ristabilire la disciplina, c’è bisogno di gaia educazione, di amore, di passione, di contenuti alla loro altezza, di mete realizzabili, di azioni, di gesti, di compiti reali. Basta con il tartassamento di insegnamenti senz’aria, corpo e senza remunerazione umana! E soprattutto basta con la nostalgia di un passato che, ad onta dei fasti di cui personaggi che emanano solo tristezza e polvere li ammantano, sono stati tra le pagine peggiori della formazione dei piccoli d’uomo, oppressi, castrati e castigati oltre ogni possibile giustificazione.

domenica 15 gennaio 2017

Il desiderio di Alcibiade (2006)












“Ho bisogno d’un amante che, ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuochi da ogni parte del mondo!

Voglio un cuore come inferno che soffochi il cuore dell’inferno
Sconvolga duecento mari e non rifugga dall’onde!

Un Amante che avvolga i cieli come lini attorno alla mano
E appenda, come lampadario, il Cero dell’Eternità,

Entri in lotta come un leone, valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso, e con se stesso anche combatta,

e, strappati con la sua luce i settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda il grido di richiamo sul
mondo
e, quando , dal settimo mare si volgerà ai monti Qâf misteriosi
da quell’oceano lontano spanda perle in seno alla polvere!”

(Gialâl ad-Dîn Rûmî)



Nostalgia misterica

In una cultura pedagogica così priva di fascino e di magìa, così desertificata e spogliata da ogni traccia di ritualità, disboscata da ogni tensione iniziatica o da una anche soltanto tenue atmosfera di mistero, quali mai potranno essere i caratteri precipui della cosiddetta “relazione educativa” (espressione abbastanza schematica e astratta da essere buona per ogni stagione e ogni “impiego” )? Quale densità, profondità, caratura potrà mai caratterizzarla e qualificarla? Quali saranno le forme della sua manifestazione se non quelle così malinconicamente esibite nell’ordine geometrico e raggelato delle “buone maniere”, dei protocolli surgelati dalla retorica didattista e che appaiono per lo più il riaffioramento imbellettato di psicologismi di un galateo solo un po’ più manipolatorio e zuccherato con qualche dose di empatia o di maternage a buon mercato?

L’ortopedìa istituzionale del gesto educante e del comportamento discente così profondamente interiorizzati ed esibiti nel grigiore dei termini, dei discorsi, degli abiti, dei gesti, delle forme diffusi nel mondo educativo odierno, ben esprime la povertà infinita e il disseccamento ascetico cui è giunto il contatto ustorio più antico del mondo dopo quello paterno e materno.

Quale nostalgia per lo spazio misterico e cerimoniale di un’iniziazione, quale desiderio di spoliazione e di investimento, di preparazione e somministrazione di gesti calibrati e necessari, di pratiche, di formulari capaci di ispessire e approfondire incontri impegnativi e complessi ormai avviliti, detersi e bonificati da ogni attesa e timore!

La relazione educativa è perlopiù, salvo qualche rara eccezione rintracciabile comunque in ambiti extraistituzionali, piatta come l’elettroencefalogramma di una salma sul tavolo dell’anatomista, esternata in quelle sale operatorie, a giudicare dall’aspetto, che sono le aule delle nostre scuole e Università. Scialbo transito incapace di generare e di segnare in alcun modo, dentro scene prosciugate da ogni velleità di bellezza, dove i “funzionari” di un processo sopportato e patito più che desiderato e incarnato, impiegati privi di carisma e all’oscuro di ogni consapevolezza liturgica, appaiono come comparse evanescenti degne soltanto del tempo misero e disorientato del quale sono espressione.

Non ci sono corpi né anime a dialogare dentro l’aere mummificato delle aule e dei laboratori istituzionali e ben presto, con condiviso consenso e plauso, anche questi ultimi saranno risucchiati nell’iperspazio della “Rete” e forse chissà, proprio allora riemergerà, come già accade, una forma forse un po’ traviata di esoterismo da fibra ottica, tuttavia sapientemente agghindato di maschere, linguaggi cifrati, nuove forme di segretezza (pseudonimi, password, segnature) e di affiliazione.

Il processo di imbalsamazione della relazione educativa inaugurato da Rousseau, come aveva ben messo in rilievo Schérer (1976) a suo tempo, e perfezionato dalla moderna psicologia dell’apprendimento, è arrivato al suo capolinea e finalmente oggi la relazione educativa ha perduto, almeno alla superficie, ogni lato oscuro, ogni peculiarità, ogni enigma degno di essere interrogato, ogni sottofondo. Tutto è stato rivoltato e esposto e castrato con il risultato che la relazione educativa è pronta per essere trasferita in blocco in una programmazione ingegneristica perfettamente lineare e forse neppure a doppia entrata. All’insegna dell’utile e della razionalizzazione, la relazione educativa si avvia ad essere definitivamente sistematizzata e cablata affinché possa essere “fruita” direttamente a casa o ovunque tramite videoconferenza, videoteloefonino, o videochip installato nel cranio.


Carne e sangue

Dire che la relazione educativa ha bisogno di essere rivitalizzata appare ormai un vezzo triste e un po’ snob da autentici Tartarini di Tarascona; eppure, per chi come me è tenacemente avvinghiato ad un’idea che forse neppure mai si è realizzata, una sorta di “utopia” educativa dunque, se proprio se ne deve parlare, non può che toccare la funzione, ingrata a vero dire, di riproporre la necessità di pompare sangue, umori, anima, pathos e significato dentro il corpo esanime di questa “cosa”.

Il tempo sacrificale della perdita e dei segni marcati sulla carne, ma anche quello dell’amore di bellezza che sospingeva Alcibiade, nel Simposio, a lodare le belle immagini (agalma) impresse nell’animo di Socrate ( lodi che giustamente, con la consueta malizia, Lacan intuisce che erano probabilmente rivolte al bell’Agatone (Lacan, 1991)), o ancora l’introduzione rituale, scandita in gradi, dell’adepto ai misteri alchemici della Grande Opera, tutto questo e molto altro sopravvive solo nell’inconscio più buio delle istituzioni, negli scantinati da dove ogni tanto erompe rabbiosamente e riemerge in forme deviate, pervertite, capovolte (ma anche sintomatiche, più di quanto una lettura superficiale potrebbe indurre a credere…).

Ma questa “latenza” o comunque la significatività profonda di tali pratiche, che poi si traducono nel bisogno di setta, di sigla, di tracce sul corpo e di accesso ai misteri delle sostanze ma nella totale ignoranza del loro senso e delle loro forme, questa “attesa” fondamentale, non può essere completamente soffocata o semplicemente ottimizzata (!).

La relazione educativa è qualcosa di altamente “transizionale”, rituale, e non si celebra senza che qualcosa di rovente e di ineludibile si affacci, pena la sua insensatezza. Essa non si dà autenticamente in mancanza di un’azione in cui un sigillo, un crisma, una marcatura profonda vengano impressi sulla carne viva.

Occorre, a mio giudizio, “riesumare”, anche se in forme nuove, gli elementi “mitici” del fare educazione, nel loro senso più autentico, non certo in una letteralità naturalistica da ricostruzione archeologica, ma secondo vere traiettorie di analogia, di corrispondenza, di somiglianza.

James Hillman ha di recente (Hillman, 1997) correttamente richiamato alla necessità di una figura di “mèntore” nell’educazione del giovane, di qualcuno capace cioè, in virtù del possesso di una affinata sensibilità immaginativa, di riconoscere il “dàimon”, la vocazione irriducibile, la “ciascunità” che si manifesta nella fisionomia (ma sarebbe meglio dire “fisiognomia” o forse addirittura “corpo flebotomico” come quello su cui operava la vecchia medicina astrologica, perché di questo si tratta), fisica e comportamentale di ogni giovane. Il quale ha bisogno di essere “percepito” da uno sguardo che sappia esplorarne, proprio nel dettaglio complicatissimo del suo manifestarsi, le attese e le possibilità, come se fosse una materia da cui l’artista sensibile dovesse trarre la forma latente e virtuale, quella sola che anela a emergere.

Eppure questa qualità mentoriale, che è certamente sana e giusta, rischia di rivelarsi un’altra possibile preda della capitalizzazione dei talenti che sta tanto a cuore del nostro sistema formativo imballato, se si trasforma in un altro kit da talent scout di buona volontà, e in particolare se non si accompagna con un veritiero Eros educativo. Infatti, e mi permetto di citare un mio pezzo di un paio d’anni fa, “nessuno è mèntore per professione, mèntore è uno stato dell’esistere, o forse dell’essere. Accade di trovarsi mèntori o di trovarsi adepti di mèntori, per breve tempo e per sorte, per un elezione che è tramata da sottili percorsi degli affetti e dei sensi, delle simpatie che attraggono gli elementi, specialmente quelle dei fluidi e delle materie, di una mancanza che si incastra con una effusione, o di due nostalgie che si illuminano attraverso la medesima sorgente”(Mottana, 2005, 217).

E’ infatti l’Eros in definitiva l’unico autentico agente di trasmutazione della relazione educativa da pratica di commercio informativo in quel contatto ustorio e sulfureo di cui si parlava, in una unione di presenze viventi (che sono i corpi, i cuori, le carni e i saperi o sapori profondi dei protagonisti di tale non semplice vicenda).

L’incontro antichissimo di erastes ed eromenos, così come veniva rappresentato dagli antichi nostri progenitori, ricco di componenti seduttive e anche carnali (Buffière, 1980), giace rimosso sotto i plurimi strati della cultura del controllo e della educastrazione. Ma vi giace comunque, e quanto più giace laggiù, obliato e irriflesso, tanto più, quando si manifesta, lo fa con le tinte cupe e violente dell’abuso e del vuoto di senso.

In verità ancora oggi l’eromenos aspetta il suo erastes, il pàis attende il suo mèntor, (e davvero questo è sensibile, evidente), come il solco terrestre attende il seminatore. Allo stesso modo il gesto educativo abortisce, non genera nulla se non accondiscendendo ad un’attesa magnetica e irriducibile, all’irradiamento ineludibile del suo stesso desiderio.

Eros fuggitivo

Ma come attingere tale Eros, come propiziarlo, come invocarne la venuta, visto che pur sempre di un’ispirazione numinosa si tratta?

Non certo caricandosi di buone intenzioni, né con i buoni sentimenti. Eros è qualcosa che impregna l’atmosfera e che si avverte come un profumo, conturbante e irriducibile, e che può essere evocato anzitutto costruendo lo spazio e il tempo adatto al suo manifestarsi. Occorre modellare lo spazio, rifarlo metaforicamente, circoscrivendolo con confini simbolici e al tempo stesso percepibili, distinguendo tempi, modi, gesti ( a ciascuno la ricerca di una simbolica capace di propiziare l’arrivo di Eros).

Si tratta di trovare, ma sono lì da sempre in verità, le procedure, le forme cerimoniali, la liturgia adatta a sprigionare il senso e i sensi dell’atto educativo nella sua integrità. Amministrando tutto ciò che è a nostra disposizione, dalla parole alla materia, dagli abiti agli oggetti, dai testi alle immagini ai suoni, affinché siano carichi di vita, ricchi di bellezza, pregni di significato intuibile, percepibile, ad irrigare e fecondare gli ambienti svuotati e disanimati in cui normalmente si svolge l’agire educativo. Evitando scrupolosamente tutto ciò che entropizza la relazione, come la maggior parte dei libri, dei linguaggi, dei sussidi didattici spenti e mortificatori, capaci solo di invertire le potenzialità di appassionamento e di realizzare alchimie abortite, come quelle che affliggono la gran parte delle proposte d’apprendimento della scuola (in cui ciò che si studia diventa, ipso facto, inservibile e come disinnescato nel suo potenziale inesauribile di arricchimento e fecondazione).

E’ questa la cura essenziale, che riguarda il luogo, il tempo, la geografia simbolica (geosofìa) della “terra promessa” dell’educazione. Ad essa naturalmente deve far riscontro lo spossessamento, il dissolvimento dagli infiniti stereotipi che chi insegna ed educa ha introiettato come veleno, dalle formazioni disciplinari che hanno specie negli ultimi anni imperversato nella formazione e nella sua “cultura”.

Spogliarsi dalle inibizioni, dalle categorizzazioni falsificatrici, dalle ingessature psicologistiche e maternalistiche, ma anche da quelle paternalistiche, dalla induzione alla patologizzazione e alla paranoia generalizzata, per lasciar germogliare il desiderio di educare e condividere questa esperienza unica e ipercomplessa, ma ance infinitamente appassionante che è. Occorre disinibirsi e osare, con molta più fantasìa e anche una certa propensione alla trasgressione.

L’esercizio dell’Eros, ma dire esercizio è scorretto, l’ispirazione di Eros, meglio, che si traduce in dono, generosità, effusione, sperpero di sé, richiede un autentico coraggio operativo e il contatto con la propria dimensione desiderante.

Amare Alcibiade

Esso può darsi solo, per esempio, se si ama veramente coloro con i quali si condivide questa esperienza. Non si può insegnare a chi non si ama (spesso oltretutto ciò che non si ama), a chi non sentiamo prossimo, a chi non è avvertito come partner interiore.

L’insegnante, ci ha insegnato la psicoanalisi, ripara le sue ferite relazionali, le sue frustrazioni, i suoi bisogni generativi, insegnando, ma soprattutto vi costella i suoi desideri e le sue presenze interne. Senza possedere ancora viva l’infanzia dentro di sé non si può insegnare ai bambini, senza l’adolescenza agli adolescenti, senza la minorazione vissuta e patita agli handicappati. E forse sarebbe più radicale e vero dire che non si può insegnare a chi è più giovane di noi senza avvertire in noi la presenza ispiratrice dei valori profondi e dei sentimenti irriducibili dell’infanzia, dell’adolescenza e senza sentire la potenza inscritta in uno sguardo “minore” e perfino “minorato” (sempre meglio in ogni caso che maggiorato, adulterato e adulteratore).

E qui si tratta però di un amore non superficiale, non dell’amor del prossimo che appiattisce tutto e tutti in un vago sentimento astratto di benevolenza e di insipida propensione alla relazione. Non basta assumere ogni mattina, insieme al caffè, un poco del catechismo della cura degli altri. Occorre più urgenza, riconoscere la bellezza, sentire i corpi, l’energia spirituale, l’anima, desiderare con ardore.
Almeno uno dei nostri allievi, che sia il nostro Alcibiade, il nostro Agatone! Almeno per lui essere belli e indossare la bellezza, quella del nostro compito e delle materie che manipoliamo e che desideriamo siano veramente apprezzate, sottraendole anche all’infausta congiura che le ha spezzate, frantumate, ibernate e restituite in vesti stanche, neutralizzate, poco accattivanti,come nei “manuali”, nelle antologie, in tutte le forme di sistematizzazione e di formalizzazione schematistica che azzerano ogni vocazione, ogni principio di senso, ogni distinzione, forma, originalità ( e bellezza, naturalmente).

Pensando ad Alcibiade preparare con cura il nostro aspetto, desiderare di esserci, avere premura persino, diventare insofferenti agli ostacoli, ai ritardi, dimenticare la noia, la desolazione, la bruttezza che spesso ci circonda. Allora forse il cuore del vostro allievo, ma anche quello degli altri, si accenderà per simpatìa a contatto con il nostro fuoco, in un processo chimico suscitato dall’affinità, dalla corrispondenza, dal magnetismo sprigionato dall’Eros.

Alchimia cordis

Insegnare è fare dono infinito di sé e solo il desiderio forte e appassionato può commuovere i banchi inchiodati, le strutture frigide, gli ambienti claustrali delle nostre istituzioni, così come gli animi pallidi e sfiduciati di chi vi abita spesso un tempo di cui si attende mestamente solo la fine.

Insegnare è provare desiderio in carne e sangue, anima e corpo. Non illudiamoci di poter intraprendere l’atto d’iniziazione al sapere, ad ogni forma del sapere, che è sempre rinvio ad un unico grande sapere, il sapere che proviene dall’esperienza del mondo in tutti i suoi aspetti -e che dunque è in sé qualcosa di ben diverso dalle miserande concrezioni che assume nell’accademismo e nei suoi feticismi “libreschi”-, con il balsamo esangue di un po’ d’empatìa, con le regoline della buona comunicazione o con le pie intenzioni dei vari breviari sulla relazione efficace.

L’agente chimico, sulfureo e mercuriale insieme, che può innescare una vera trasformazione, dunque una relazione educativa non fasulla ma davvero iniziatica, giace nei tessuti profondi della nostra carne ed esso è il desiderio, la vecchia libido del dottor Freud , l’Eros. In assenza di questo, così come per lo stesso padre della psicoanalisi, subentra il ritiro, il principio mortifero e pestilenziale della noia, della rinuncia, della routine.

Per propiziare la sua emergenza occorre pazienza ma anche entusiasmo, individuazione dei linguaggi più adatti, specie quelli immaginativi, da sempre ripudiati dalle istituzioni educative ma che restano quelli capaci di mediare meglio l’irriducibilità imperscrutabile del mistero del sapere con la sfolgorante veste che esso può assumere nelle sue infinite forme, e quelli corporei, idonei per impegnare l’integrità dell’essere nella riscoperta e rinnovata espressione dei suoi elementi fondamentali.

L’Eros si accende nei luoghi in cui il fuoco “mitico” del significato ritrova i suoi veicoli, ed essi sono la bellezza, il rito, il mistero, l’immaginazione poetica, il canto, la vibrazione simpatetica del tutto che possono rendere di nuovo lo spazio dell’educazione e delle relazioni che si consumano al suo interno un microcosmo denso, sanguigno, palpitante, perfetta riproduzione analogica del suo motore primo, essenziale, inaggirabile, il muscolo di vita chiamato cuore, autentica materialità formativa in azione.

mercoledì 14 dicembre 2016

Educazione diffusa: richiamare bambini e ragazzi nella vita sociale







Ora io non vorrei fare l’archeologia dell’internamento dell’infanzia e poi della gioventù nelle strutture di disciplinamento e di istruzione. E’ relativamente cosa nota, certo complessa, ma ormai nota.

Per i processi di creazione e privatizzazione dell’infanzia come stagione storicamente definita e separata, si veda Aries ma anche lo splendido Emilio pervertito di René Schérer. Non c’è molto altro da aggiungere.

Mi interessa ora però parlare dell’adesso. Dell’internamento dell’infanzia adesso, della loro messa fuori gioco, del loro mondo a parte.
Perché i bambini fanno tanto problema? Perché lo fanno gli adolescenti?

Alcune risposte banali:
1) uomini e donne devono produrre, dunque i bambini bisogna metterli da qualche parte (banale e superficiale, nel senso che poi resta necessario discutere su quale tipo di occupazione dell’infanzia predisporre)

2) la civiltà protegge bambini e adolescenti dallo sfruttamento (già meno banale ma parziale: per es. il loro inserimento sociale dobbiamo per forza immaginarlo sotto la voce dello sfruttamento? Il che peraltro, implicitamente avvalorerebbe l’idea che appena fuori dalle protezioni dell’infanzia e dell’adolescenza tutti siano vittime dello sfruttamento, il che in effetti è tutt’altro che banale)

3) I bambini e gli adolescenti devono attraversare un lungo percorso di formazione in luoghi adatti (qui la risposta è semplicemente interrotta perché allora si può facilmente ribattere che l’internamento scolare non è affatto la risposta adatta per la loro formazione: e si vedano i moltissimi che lo sostengono da molto più di un secolo a questa parte, da Fourier a Papini a Gray, per citare figure non necessariamente pedagogiche)

4) Occorre affidarli ad adulti qualificati per insegnare (viziosa, perché in primo luogo occorrerebbe chiarire assai meglio in che modo gli adulti possono essere dichiarati qualificati, e sappiamo quanto questo sia complesso. In secondo luogo, anche concesso che debbano essere affidati a tali adulti, resta il problema del dove e del come, su cui si può molto discutere)

5) Il movimento sociale di bambini e ragazzi in un territorio pensato sempre di più per l’esclusivo moto accelerato delle merci e per le attività di produzione e consumo, diventa ostacolante e pericoloso (è l’unica risposta sensata, che spiega perché i bambini e i ragazzi debbano essere rinchiusi dentro grossi edifici obitoriali e possano uscirne solo ad orari prestabiliti e sotto custodia)

Divenire adulti, in altri termini, significa avere gli strumenti per potersi orientare in uno spazio tempo assediato dal mercato delle merci e dalle sue prescrizioni e saper sopravvivere al suo ritmo e al suo moto veloce e pericoloso.

Io credo che noi dobbiamo porci con grande serietà e radicalità il problema di come reimmettere bambini e ragazzi ( e perdonatemi se non inserisco ogni volta la specifica femminile, bambine e ragazze, che dò per implicita) nel circuito della vita sociale, a pieno titolo.

Una delle mie similitudini preferite è: se un animale cresciuto in cattività ha scarse possibilità di essere reinserito nel suo habitat, perché lo dovrebbe avere un bambino o un adolescente, ugualmente cresciuto in cattività?
E non solo la cattività delle istituzioni ma anche quella degli spazi domestici, dove si consuma, oltre che la sua domesticazione, anche la sua definitiva privatizzazione.

La società ha deciso di rinunciare a una fetta molto cospicua di contributo sociale, quello dei suoi “minori”. Noi consideriamo “minore”, per una convenzione molto discutibile, gli esseri umani al di sotto dell’età anagrafica dei 18 anni. E adatti per attività lavorative solo chi ha superato i 15 anni (il 15% circa della popolazione).

Encomiabile certamente ma non rischiamo di sottovalutare il potenziale di energia vitale che potrebbe essere espresso da questa cospicua fascia di popolazione?

Intendiamoci, nessuna idea di pompaggio di risorse o di “capitale umano” a fini produttivi, espressioni che aborro, ma piuttosto diffusione di sensibilità, di creatività, di ludicità, di immaginazione, intuizione ed emozione di cui questa età è ricca e che invece viene fatta marcire dentro i muri deprimenti e castranti delle nostre scuole.

Bambini e ragazzi reimmessi nella vita del mondo, riammessi a partecipare, a cooperare, a discutere e a decidere, ma soprattutto a esprimere, nel loro linguaggio, un volto del mondo che è stato completamente posto a tacere (con gravissimo nocumento per tutti noi). Di questo hanno bisogno loro e abbiamo bisogno noi.

Io non ho difficoltà a immaginare bambini e ragazzi che circolano nel mondo con i loro tempi, con i loro veicoli e altri che si potrebbe facilmente predisporre (piccoli bus elettrici, ferrovie urbane simili a quelle dei parchi naturali, risciò, oltre naturalmente a biciclette pattini e ogni altro mezzo compatibile). Non ho difficoltà a immaginarne la partecipazione, ad occuparsi non solo di quello che riguarda loro ma anche di quello che riguarda noi, animando la vita delle città e dei paesi, occupandosi di manutenzione e abbellimento, di cura, di servizi per le persone, di presenza, di attenzione, di ricerca, di esplorazione, di un apprendimento che prende occasione da grandi e piccole cose, da ambienti predisposti e ambienti reali, da maestri qualificati e maestri di strada e di bottega, di officina e di studio, di istituto e di impresa.

Ragazzi e bambini sparsi nel mondo sarebbero un modo per ringiovanirlo, per costringerlo ad altri ritmi, ad altre esigenze, a prendere in considerazione il lato giovane, nuovo, possibile degli esseri umani, la debolezza necessaria, la creatività ancora non addomesticata, i desideri ancora non castrati per ripensarsi e ricrearsi, abbattendo finalmente i muri, non solo quelli degli istituti di internamento ma anche quelli tra età, tra generi, tra professioni, tra discipline, tra luoghi e specializzazioni, tra ruoli e persone e così via.

Non sarà forse questa la rivoluzione autentica dei bambini? Non un posto a loro dedicato, un nuovo ghetto, per quanto dorato, come tante esperienze anche belle ma fuori dal mondo spesso ci mostrano ma la loro reimmissione nel tessuto sociale, accanto ai grandi, ai loro prossimi per età un poco più avanti e un poco più dietro (non indietro, solo dietro per classe anagrafica), accanto ai vecchi, per colorare, intensificare, scuotere una vita sempre più omologata, accelerata, priva d’anima e di bellezza, priva di stupore e di freschezza che loro ci possono aiutare a ritrovare a patto che non li si imbalsami ancora dentro le maglie di procedure, regole, normative e sanzioni che ne soffochino l’immenso potenziale.

Questa sarebbe un pezzo di ciò che io chiamo “educazione diffusa” e che con l’amico Giuseppe Campagnoli (a cui ho anche rubato l'immagine), , proverò a sostenere, anche con l’imminente pubblicazione di un libro a doppia firma e poi anche di un altro, d’ora in avanti. Perché credo che sia ora di finirla, una volta resa la dovuta gratitudine ai benefici sempre più remoti che la scuola ha anche apportato, di tenere ragazze e bambine (valga la premura reciproca di ampliare i generi), -le loro speranze, i loro corpi, le loro menti fervide, la loro creatività e i loro desideri-, fuori gioco, tappati dentro aule muffose dove tutta questa ricchezza si intristisce e si spegne, senza poter dare frutto (con buona pace degli amici insegnanti che potrebbero fare molto meglio in luoghi più adatti e vivificanti).

martedì 11 ottobre 2016

Del voler morire




Gabriel Matzneff, autore francese poco amato dai benpensanti, scrive nel suo primo testo Le defi, nel 1965, un capitolo dedicato al suicidio presso i Romani, nel quale di fatto, byronianamente, e cioè seguendo uno dei suoi mèntori, tesse un elogio di esso. Così conclude il veemente saggio giovanile: “…il suicidio, nel quale taluni vedono una certa codardia, è un atto che richiede una sorta di eroismo. Così, nei tempi difficili, dura tempora, che sono i nostri, occorre fortificare le nostre anime con l’esempio degli uomini liberi dell’antica Roma, e saperci dire, con Seneca, che il coraggio davanti alla morte è la sola virtù di cui noi siamo sicuri d’avere bisogno un giorno. Vivere non è sufficiente. Il più miserabile degli iloti è capace di vivere. Occorre imparare a sottrarsi ai colpi della fortuna. Occorre saper morire” (Le defi, 1965,181).

Sicuramente aiuta a sostenere queste ragioni, ricordare che a Roma per esempio era più lo strumento che la pratica del darsi la morte a fare problema. E cioè scegliere tra la corda, la cicuta o il gladio (il coltello). E ricordarci dunque che il più utilizzato restava il gladio appunto, che annovera tra i suoi cultori e utilizzatori per l’ultimo saluto per esempio Plautio Numida, Calpurnia, Celio, Mario Scipione, Catone, Bruto, Cassio, Antonio e poi Osterio, Nerone Otone e molti altri. Tutto ciò è corroborante ma perché invocare esempi famosi?

Sì, è vero, la morale stoica ripugna alla nostra moderna concezione della vita, cui siamo tanto attaccati, anzi aggrappati, non conoscendo più il pregio della buona morte, la motivazione davvero incomprensibile, agli occhi di un contemporaneo, del tedium vitae, o semplicemente la voglia di farla finita quando il desiderio non trova più oggetti o il sostegno del corpo per potersi esprimere (come nel bel film Mare dentro di Alejandro Amenabar), o il tedium sui, da non sottovalutare, o la vergogna, certo.

Io mi sento di essere più secco e più cinico, se si vuole (con la già segnalata simpatia per i cinici, kinici non dimenticando la giusta distinzione di Peter Sloterdijk), accontentandomi di sostenere un’idea molto elementare. Nessuno mi ha chiesto se volevo vivere, dunque perché dovrei volerlo dopo ad ogni costo e fino a un’ incerta fine, che so?, consumandomi dolorosamente per un cancro o spegnendomi lentamente con un Parkinson o un Alzheimer?

Mi pare inelegante discettare su o confutare i motivi di suicidio. La vita è un’imposizione per tutti noi. Ad alcuni piace, ci si trovano come l’ostrica nella sua conchiglia, altri la sudano molto ma si adattano, alcuni invece proprio vi si trovano stretti e non vedono l’ora di squagliarsela. Mi pare equo.

Ultimamente vedo che l’impiccagione viene spesso eletta dai più intelligenti, penso a qualche noto e notissimo, come Foster Wallace o Robin Williams, un modo che i Romani non amavano e praticavano solo come extrema ratio. Sarebbe interessante scoprire perché scegliere un modo così violento e incerto ma credo che si possa rispondere con il fatto che è rapido, a portata di mano e non richiede armi costose (senza entrare nel merito dei significati simbolici di questa o di altre pratiche che sono, come è noto, numerosi ma anche discutibili).

Hemingway comunque si sparò in testa mentre Pavese si arrangiò con una decina di bustine di sonnifero. Tanti scrittori si sono suicidati, probabilmente perché a differenza di molti, avevano parecchio tempo per pensare (una disgrazia cui i nostri cultori del pensiero positivo forse potrebbero -e sono certo che ci riusciranno-, trovare il modo di porre rimedio geneticamente).

Pensavano e vivevano ahimè, non come i filosofi che pensano e basta, e dunque vivendo poco e male, neppure si pongono il problema del suicidio (tranne Socrate, che però è un “fuori testo” e Deleuze, che aveva letto abbastanza Nietzsche per sapere quando valeva la pena anche di smettere di pensare e Nietzsche stesso, che a suo modo si suicidò (cerebralmente) per eccesso di pensiero lucido).

Foster Wallace, non molto originalmente ma efficacemente, poneva la questione così: quando il fuoco dietro ti fa più paura dell’abisso che si spalanca davanti, ti butti. E in effetti a volte funziona proprio così. Ce n’è un bell’esempio in Mulholland Drive di David Lynch, di questi fuochi che ti fanno correre dritto ad ammazzarti.

A volte succede, penso al povero Monicelli che si sfracella dal terzo piano del suo ospedale o a Bettelheim, con quel sacchetto avvolto in testa, che forse però voleva solo vedere cosa significasse morire soffocati, come era capitato, in certo qual modo, a tanti dei suoi nei campi nazisti cui era scampato. Primo Levi, stessa vicenda, si buttò giù dalla tromba delle scale. I suicidi non conoscono distinzione di genere: Francesca Woodman si lancia dal tetto del palazzo in cui abita, stessa scelta di Amelia Rosselli. Sylvia Plath sceglie il gas con una preparazione meticolosa, Virginia Woolf si lascia annegare, Antonia Pozzi predilige i barbiturici. Ma sono davvero troppi quelli che mi vengono in mente, tutti peraltro degni di massimi rispetto e stima. Gente sopra la media, va detto, persone con un livello di consapevolezza incredibilmente sviluppato.

Ma certo il suicidio non capita solo a loro, capita ai ragazzi, alle ragazze normali, a gente disperata per le più diverse ragioni. Abbandoni d’amore, fallimenti, abusi patiti, malattie insopportabili, voragini psichiche. Noi non ne sapremo mai veramente nulla, fino al momento almeno in cui non ci decideremo a farlo.
O perlomeno, potremo fare finta di non sapere nulla del fatto che oggi, come ci ha splendidamente narrato Franco Berardi ( e prima di lui Jean Baudrillard), la morte è anche un sistema di resistenza, di opposizione radicale ad una forma di sfruttamento che mai si è data, quella condotta dal capitalismo finanziario e dal lavoro cognitivo parcellizzato, dalla captazione di attenzione (Stiegler) e dalla condanna all’autosfruttamento (Han), oltre che naturalmente delle mostruose condizioni di lavoro che regnano un po’ in ogni luogo nella stretta della competizione e del tutto contro tutti. Morire, o anche dormire, in una forma più attenuata, come condotta di rifiuto del lavoro astratto e totale.

Chiaro che qui la morte assume la caratura di una sottrazione estrema, intorno alla quale si potrebbe discettare a lungo ma che mantiene in modo comunque evidente, il suo carattere di gesto esistenziale, politico, morale nelle mani e nella volontà soltanto del suo ultimo interprete. Fatte salve, naturalmente, le scelte spettacolari e moralmente quanto politicamente ingiustificabili di chi la propria morte la sceglie insieme a quella di molti altri che decide, con più o meno discernimento, di portare con sé (gli esempi sono ahinoi sotto gli occhi di tutti).

Io tuttavia, in un quadro in cui, a maggior ragione, il suicidio appare più una scelta sempre più diffusa, mi limito a perorare una causa con una dichiarazione che ritengo di semplice buon senso: se ci è stata data la vita, senza interpellarci, (responsabilità a mio giudizio immensa, almeno per noi umani), non ci deve essere dato il diritto di togliercela?

Togliercela. Poterci dignitosamente levare di torno. Della serie: mi spiace, voi siete ok, vi ringrazio, un dono bellissimo, sicuramente ho torto io, ma permettetemi, a me non piace, o semplicemente non mi piace più, basta. Voglio tornare da dove sono venuto, anche se non so bene cosa sia.

Il guaio è che occorre coraggio, come dice Matzneff, uccidersi è anche un atto eroico, fatto salvo quando brucia il fuoco dietro. E’ difficile scegliere l’incerto per il certo, buttarsi nel vuoto.

E poi ancora non c’è il kit adatto: mi permetto di consigliarlo alla nuova etica e all’industria farmaceutica, anche per evitare che ingrassino solo le cliniche svizzere (ma che coraggio o che disperazione per fare tutta quella trafila, comunque, solo uno come Lucio Magri, uomo di altri tempi, poteva riuscirci!). Insomma qualcosa come Honeydeath, o Moribene, un pratico pastiglione a base di sedativi, analgesici e cianuro, per esempio!

Invece delle feste di addio al celibato si potrebbe stimolare e aumentare i profitti dell’industria dell’intrattenimento con le feste di addio, addio definitivo!

Tutti abbiamo da guadagnarci a rendere la morte una compagna amichevole, pronta per l’uso. Senza lasciarci morire di fame, come Attico e Silio Italico, proporrei un sistema veloce, indolore e confortevole, magari davanti al caminetto, con gli amici ( se ne sono rimasti), che ci assistono, con la nostra musica più amata e Lucifero, il gatto, sulle ginocchia.

Senza dimenticare che, come diceva pressappoco Cioran, poter pensare il suicidio salva dall’impulso a farla subito finita.

E dopo? Il suicida di sicuro troverà più quiete e la fine della sua disperazione.
Certo resta una terribile minaccia: la possibilità (per quanto remota) della reincarnazione!

lunedì 26 settembre 2016

Contro il totalitarismo calcolante




Quante volte ancora dovremo sopportare il dominio di una ragione violenta, di un pensiero meschino, unilaterale, sordido in ogni piega della nostra vita? Anche laddove credevamo, a torto evidentemente, che si potesse creare una trincea, una dimora al riparo, da cui semmai, con gli strumenti della cultura, far affluire linfa, far fermentare idee, sviluppare domande che impedissero di cedere a quella ragione, per opporre un’altra mente, un altro cuore, un’altra vita?

Mi riferisco ai luoghi del sapere, della cultura, almeno quelli, sempre più rari, dove, non subendo il ricatto mercenario dei soldi e delle attrezzature, si difenda ciò che resta (ma non è poco) di una cultura umana, aperta alla differenza, al molteplice, in cerca, inesausta nell’affermare diritti come quelli di essere altro, di essere con altro, di proteggere il minore, il diverso, la debolezza ma anche una ragione critica proprio quando essa sembra soffrire una politica dell’annientamento.
Ma no, oggi l’avanzata della ragione calcolante, non sembra disposta a risparmiare nulla. Complici quasi tutti, che sembrano non accorgersi neppure dell’attentato portato al nucleo intimo della loro opera, il calcolo sta espugnando anche le ultime roccaforti.

Penso agli istituti del sapere, della ricerca, alle università, almeno quelle che una volta si dicevano pubbliche e che oggi hanno statuti bastardi e profili dei loro custodi altrettanto imbastarditi ed equivoci. Con la scusa di una razionalizzazione delle risorse tutta da dimostrare, -non certo dalle esigenze del sapere-, chi ancora, sempre più timidamente, avanza la necessaria pretesa di un’autonomia, di un diritto di divergenza, di uno spazio e un tempo per poter ossigenare un pensiero che non diventi astenico e succube del miglior offerente, viene semplicemente ridicolizzato, sbeffeggiato, sarcasticamente giudicato vecchio, patetico e anacronistico.

La piega beffarda che assumono i volti dei nuovi tutori del pensiero calcolante non risparmia nessuno di quelli, ben pochi, che ancora provano a difendere il diritto di cercare, studiare e formare senza dover soggiacere al ricatto di qualcuno che finanzi, al suo controllo, al suo delirio di valutazione. Di una valutazione che sempre più invade il mondo del pesniero, della cultura e dell’arte pretendendo resoconti, obiettivi verificabili, tempi certi, risultati spendibili e di cui sia possibile misurare l’impatto entro ben determinate regole di utilità e guadagno.

Il tutto sotto una non più nemmeno dissimulata richiesta quantitativista, numerizzabile, misurabile, standardizzabile. In una cornice di linguaggi amministrativo-burocratici farciti di un inglese industriale sempre più insopportabile che rende davvero impossibile esprimersi a chi sia vissuto con l’idea che la cultura e il pensiero non possano che crescere e moltiplicarsi nella pluralità e nell’estensione poetica dei linguaggi, che possa svilupparsi fecondamente solo in assenza di vincoli così pressanti, così letteralistici e così calcolanti.

La persecuzione prende naturalmente di mira le creazioni che rimangono collegate all’humus del pensiero critico, della ricerca poetica, della riflessione autentica, che non può che svilupparsi nel tempo, attraverso un andirivieni immisurabile fatto anche di vuoti, di ripensamenti, di fratture, di vortici, di stagnazione persino.

Come si può immaginare filosofi della taglia di un Kierkegaard o di uno Schopenhauer sottoposti alla SUA, ai nuovi protocolli di valutazione che costringono a descrivere i propri obiettivi di ricerca e di formazione in un linguaggio oggettivo e quantificabile?

Ma non voglio neppure rifarmi a pensatori famosi, oggi in via di estinzione proprio a causa del totalitarismo monetarista e controllante che costringe tutti a omologare scritture, pensieri, progetti e a sgomitare sul teatrino miserabile dei finanziatori della ricerca come se fossero burattini dell’unica ragione che conti, quella che traduce il risultato di un’opera in profitto.

In questo teatro efficiente e soggiogato, noi che ci ostiniamo a non ridurci a impiegatucci di un’azienda per azioni che deve produrre risultati monetizzati, spendibili e sfruttabili nel breve periodo, siamo considerati cariatidi, macerie di un tempo che fu, disadattati, ritardati.

Ancor più delle nuove normative, dei protocolli, delle miserabili misure di riduzione del nostro sapzio vitale, ciò che più ferisce è il tono idiotizzato di chi sproloquia con arroganza, proprio tra i colleghi e i responsabili di tali luoghi che oserei quasi definire sacri, sull’unica certezza che le cose stanno così, che non ci sono alternative, che ci si deve adattare pena la scomparsa e che neppure si avvedono che sono loro i primi ad essere già scomparsi, annichiliti, resi vuoti a rendere per un progetto di mortificazione del sapere, della riflessione e della cultura che nessun impero, tranne forse quello sovietico e quello nazista, sono mai riusciti a realizzare così
capillarmente.

Faccio dunque appello a tutti coloro che resistono a questo, a chi è irrimediabilmente vecchio (o forse troppo giovane!), a chi non accetta di svendere il suo percorso di ricerca, o di cerca, come per molti di noi è, dal momento che lo studio e l’esplorazione della cultura sono intessuti profondamente con la nostra vita, a tutti coloro che ancora credono che pensare nono sia un’azione standardizzabile, numerizzabile e calcolabile in termini falsamente oggettivi, a dimostrare attivamente, anzitutto con le loro opere e il loro esempio, contro questo stato delle cose, a protestare, scioperare, contrapporsi, sabotare e incitare a salvare la riserva indiana che nel totalitarismo del calcolo, nella dannazione del calcolo, ci è ancora parzialmente data e che, bene o male, si chiama ancora (ma per quanto?) cultura.