la gaia educazione

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mercoledì 14 dicembre 2016

Educazione diffusa: richiamare bambini e ragazzi nella vita sociale







Ora io non vorrei fare l’archeologia dell’internamento dell’infanzia e poi della gioventù nelle strutture di disciplinamento e di istruzione. E’ relativamente cosa nota, certo complessa, ma ormai nota.

Per i processi di creazione e privatizzazione dell’infanzia come stagione storicamente definita e separata, si veda Aries ma anche lo splendido Emilio pervertito di René Schérer. Non c’è molto altro da aggiungere.

Mi interessa ora però parlare dell’adesso. Dell’internamento dell’infanzia adesso, della loro messa fuori gioco, del loro mondo a parte.
Perché i bambini fanno tanto problema? Perché lo fanno gli adolescenti?

Alcune risposte banali:
1) uomini e donne devono produrre, dunque i bambini bisogna metterli da qualche parte (banale e superficiale, nel senso che poi resta necessario discutere su quale tipo di occupazione dell’infanzia predisporre)

2) la civiltà protegge bambini e adolescenti dallo sfruttamento (già meno banale ma parziale: per es. il loro inserimento sociale dobbiamo per forza immaginarlo sotto la voce dello sfruttamento? Il che peraltro, implicitamente avvalorerebbe l’idea che appena fuori dalle protezioni dell’infanzia e dell’adolescenza tutti siano vittime dello sfruttamento, il che in effetti è tutt’altro che banale)

3) I bambini e gli adolescenti devono attraversare un lungo percorso di formazione in luoghi adatti (qui la risposta è semplicemente interrotta perché allora si può facilmente ribattere che l’internamento scolare non è affatto la risposta adatta per la loro formazione: e si vedano i moltissimi che lo sostengono da molto più di un secolo a questa parte, da Fourier a Papini a Gray, per citare figure non necessariamente pedagogiche)

4) Occorre affidarli ad adulti qualificati per insegnare (viziosa, perché in primo luogo occorrerebbe chiarire assai meglio in che modo gli adulti possono essere dichiarati qualificati, e sappiamo quanto questo sia complesso. In secondo luogo, anche concesso che debbano essere affidati a tali adulti, resta il problema del dove e del come, su cui si può molto discutere)

5) Il movimento sociale di bambini e ragazzi in un territorio pensato sempre di più per l’esclusivo moto accelerato delle merci e per le attività di produzione e consumo, diventa ostacolante e pericoloso (è l’unica risposta sensata, che spiega perché i bambini e i ragazzi debbano essere rinchiusi dentro grossi edifici obitoriali e possano uscirne solo ad orari prestabiliti e sotto custodia)

Divenire adulti, in altri termini, significa avere gli strumenti per potersi orientare in uno spazio tempo assediato dal mercato delle merci e dalle sue prescrizioni e saper sopravvivere al suo ritmo e al suo moto veloce e pericoloso.

Io credo che noi dobbiamo porci con grande serietà e radicalità il problema di come reimmettere bambini e ragazzi ( e perdonatemi se non inserisco ogni volta la specifica femminile, bambine e ragazze, che dò per implicita) nel circuito della vita sociale, a pieno titolo.

Una delle mie similitudini preferite è: se un animale cresciuto in cattività ha scarse possibilità di essere reinserito nel suo habitat, perché lo dovrebbe avere un bambino o un adolescente, ugualmente cresciuto in cattività?
E non solo la cattività delle istituzioni ma anche quella degli spazi domestici, dove si consuma, oltre che la sua domesticazione, anche la sua definitiva privatizzazione.

La società ha deciso di rinunciare a una fetta molto cospicua di contributo sociale, quello dei suoi “minori”. Noi consideriamo “minore”, per una convenzione molto discutibile, gli esseri umani al di sotto dell’età anagrafica dei 18 anni. E adatti per attività lavorative solo chi ha superato i 15 anni (il 15% circa della popolazione).

Encomiabile certamente ma non rischiamo di sottovalutare il potenziale di energia vitale che potrebbe essere espresso da questa cospicua fascia di popolazione?

Intendiamoci, nessuna idea di pompaggio di risorse o di “capitale umano” a fini produttivi, espressioni che aborro, ma piuttosto diffusione di sensibilità, di creatività, di ludicità, di immaginazione, intuizione ed emozione di cui questa età è ricca e che invece viene fatta marcire dentro i muri deprimenti e castranti delle nostre scuole.

Bambini e ragazzi reimmessi nella vita del mondo, riammessi a partecipare, a cooperare, a discutere e a decidere, ma soprattutto a esprimere, nel loro linguaggio, un volto del mondo che è stato completamente posto a tacere (con gravissimo nocumento per tutti noi). Di questo hanno bisogno loro e abbiamo bisogno noi.

Io non ho difficoltà a immaginare bambini e ragazzi che circolano nel mondo con i loro tempi, con i loro veicoli e altri che si potrebbe facilmente predisporre (piccoli bus elettrici, ferrovie urbane simili a quelle dei parchi naturali, risciò, oltre naturalmente a biciclette pattini e ogni altro mezzo compatibile). Non ho difficoltà a immaginarne la partecipazione, ad occuparsi non solo di quello che riguarda loro ma anche di quello che riguarda noi, animando la vita delle città e dei paesi, occupandosi di manutenzione e abbellimento, di cura, di servizi per le persone, di presenza, di attenzione, di ricerca, di esplorazione, di un apprendimento che prende occasione da grandi e piccole cose, da ambienti predisposti e ambienti reali, da maestri qualificati e maestri di strada e di bottega, di officina e di studio, di istituto e di impresa.

Ragazzi e bambini sparsi nel mondo sarebbero un modo per ringiovanirlo, per costringerlo ad altri ritmi, ad altre esigenze, a prendere in considerazione il lato giovane, nuovo, possibile degli esseri umani, la debolezza necessaria, la creatività ancora non addomesticata, i desideri ancora non castrati per ripensarsi e ricrearsi, abbattendo finalmente i muri, non solo quelli degli istituti di internamento ma anche quelli tra età, tra generi, tra professioni, tra discipline, tra luoghi e specializzazioni, tra ruoli e persone e così via.

Non sarà forse questa la rivoluzione autentica dei bambini? Non un posto a loro dedicato, un nuovo ghetto, per quanto dorato, come tante esperienze anche belle ma fuori dal mondo spesso ci mostrano ma la loro reimmissione nel tessuto sociale, accanto ai grandi, ai loro prossimi per età un poco più avanti e un poco più dietro (non indietro, solo dietro per classe anagrafica), accanto ai vecchi, per colorare, intensificare, scuotere una vita sempre più omologata, accelerata, priva d’anima e di bellezza, priva di stupore e di freschezza che loro ci possono aiutare a ritrovare a patto che non li si imbalsami ancora dentro le maglie di procedure, regole, normative e sanzioni che ne soffochino l’immenso potenziale.

Questa sarebbe un pezzo di ciò che io chiamo “educazione diffusa” e che con l’amico Giuseppe Campagnoli (a cui ho anche rubato l'immagine), , proverò a sostenere, anche con l’imminente pubblicazione di un libro a doppia firma e poi anche di un altro, d’ora in avanti. Perché credo che sia ora di finirla, una volta resa la dovuta gratitudine ai benefici sempre più remoti che la scuola ha anche apportato, di tenere ragazze e bambine (valga la premura reciproca di ampliare i generi), -le loro speranze, i loro corpi, le loro menti fervide, la loro creatività e i loro desideri-, fuori gioco, tappati dentro aule muffose dove tutta questa ricchezza si intristisce e si spegne, senza poter dare frutto (con buona pace degli amici insegnanti che potrebbero fare molto meglio in luoghi più adatti e vivificanti).

martedì 11 ottobre 2016

Del voler morire




Gabriel Matzneff, autore francese poco amato dai benpensanti, scrive nel suo primo testo Le defi, nel 1965, un capitolo dedicato al suicidio presso i Romani, nel quale di fatto, byronianamente, e cioè seguendo uno dei suoi mèntori, tesse un elogio di esso. Così conclude il veemente saggio giovanile: “…il suicidio, nel quale taluni vedono una certa codardia, è un atto che richiede una sorta di eroismo. Così, nei tempi difficili, dura tempora, che sono i nostri, occorre fortificare le nostre anime con l’esempio degli uomini liberi dell’antica Roma, e saperci dire, con Seneca, che il coraggio davanti alla morte è la sola virtù di cui noi siamo sicuri d’avere bisogno un giorno. Vivere non è sufficiente. Il più miserabile degli iloti è capace di vivere. Occorre imparare a sottrarsi ai colpi della fortuna. Occorre saper morire” (Le defi, 1965,181).

Sicuramente aiuta a sostenere queste ragioni, ricordare che a Roma per esempio era più lo strumento che la pratica del darsi la morte a fare problema. E cioè scegliere tra la corda, la cicuta o il gladio (il coltello). E ricordarci dunque che il più utilizzato restava il gladio appunto, che annovera tra i suoi cultori e utilizzatori per l’ultimo saluto per esempio Plautio Numida, Calpurnia, Celio, Mario Scipione, Catone, Bruto, Cassio, Antonio e poi Osterio, Nerone Otone e molti altri. Tutto ciò è corroborante ma perché invocare esempi famosi?

Sì, è vero, la morale stoica ripugna alla nostra moderna concezione della vita, cui siamo tanto attaccati, anzi aggrappati, non conoscendo più il pregio della buona morte, la motivazione davvero incomprensibile, agli occhi di un contemporaneo, del tedium vitae, o semplicemente la voglia di farla finita quando il desiderio non trova più oggetti o il sostegno del corpo per potersi esprimere (come nel bel film Mare dentro di Alejandro Amenabar), o il tedium sui, da non sottovalutare, o la vergogna, certo.

Io mi sento di essere più secco e più cinico, se si vuole (con la già segnalata simpatia per i cinici, kinici non dimenticando la giusta distinzione di Peter Sloterdijk), accontentandomi di sostenere un’idea molto elementare. Nessuno mi ha chiesto se volevo vivere, dunque perché dovrei volerlo dopo ad ogni costo e fino a un’ incerta fine, che so?, consumandomi dolorosamente per un cancro o spegnendomi lentamente con un Parkinson o un Alzheimer?

Mi pare inelegante discettare su o confutare i motivi di suicidio. La vita è un’imposizione per tutti noi. Ad alcuni piace, ci si trovano come l’ostrica nella sua conchiglia, altri la sudano molto ma si adattano, alcuni invece proprio vi si trovano stretti e non vedono l’ora di squagliarsela. Mi pare equo.

Ultimamente vedo che l’impiccagione viene spesso eletta dai più intelligenti, penso a qualche noto e notissimo, come Foster Wallace o Robin Williams, un modo che i Romani non amavano e praticavano solo come extrema ratio. Sarebbe interessante scoprire perché scegliere un modo così violento e incerto ma credo che si possa rispondere con il fatto che è rapido, a portata di mano e non richiede armi costose (senza entrare nel merito dei significati simbolici di questa o di altre pratiche che sono, come è noto, numerosi ma anche discutibili).

Hemingway comunque si sparò in testa mentre Pavese si arrangiò con una decina di bustine di sonnifero. Tanti scrittori si sono suicidati, probabilmente perché a differenza di molti, avevano parecchio tempo per pensare (una disgrazia cui i nostri cultori del pensiero positivo forse potrebbero -e sono certo che ci riusciranno-, trovare il modo di porre rimedio geneticamente).

Pensavano e vivevano ahimè, non come i filosofi che pensano e basta, e dunque vivendo poco e male, neppure si pongono il problema del suicidio (tranne Socrate, che però è un “fuori testo” e Deleuze, che aveva letto abbastanza Nietzsche per sapere quando valeva la pena anche di smettere di pensare e Nietzsche stesso, che a suo modo si suicidò (cerebralmente) per eccesso di pensiero lucido).

Foster Wallace, non molto originalmente ma efficacemente, poneva la questione così: quando il fuoco dietro ti fa più paura dell’abisso che si spalanca davanti, ti butti. E in effetti a volte funziona proprio così. Ce n’è un bell’esempio in Mulholland Drive di David Lynch, di questi fuochi che ti fanno correre dritto ad ammazzarti.

A volte succede, penso al povero Monicelli che si sfracella dal terzo piano del suo ospedale o a Bettelheim, con quel sacchetto avvolto in testa, che forse però voleva solo vedere cosa significasse morire soffocati, come era capitato, in certo qual modo, a tanti dei suoi nei campi nazisti cui era scampato. Primo Levi, stessa vicenda, si buttò giù dalla tromba delle scale. I suicidi non conoscono distinzione di genere: Francesca Woodman si lancia dal tetto del palazzo in cui abita, stessa scelta di Amelia Rosselli. Sylvia Plath sceglie il gas con una preparazione meticolosa, Virginia Woolf si lascia annegare, Antonia Pozzi predilige i barbiturici. Ma sono davvero troppi quelli che mi vengono in mente, tutti peraltro degni di massimi rispetto e stima. Gente sopra la media, va detto, persone con un livello di consapevolezza incredibilmente sviluppato.

Ma certo il suicidio non capita solo a loro, capita ai ragazzi, alle ragazze normali, a gente disperata per le più diverse ragioni. Abbandoni d’amore, fallimenti, abusi patiti, malattie insopportabili, voragini psichiche. Noi non ne sapremo mai veramente nulla, fino al momento almeno in cui non ci decideremo a farlo.
O perlomeno, potremo fare finta di non sapere nulla del fatto che oggi, come ci ha splendidamente narrato Franco Berardi ( e prima di lui Jean Baudrillard), la morte è anche un sistema di resistenza, di opposizione radicale ad una forma di sfruttamento che mai si è data, quella condotta dal capitalismo finanziario e dal lavoro cognitivo parcellizzato, dalla captazione di attenzione (Stiegler) e dalla condanna all’autosfruttamento (Han), oltre che naturalmente delle mostruose condizioni di lavoro che regnano un po’ in ogni luogo nella stretta della competizione e del tutto contro tutti. Morire, o anche dormire, in una forma più attenuata, come condotta di rifiuto del lavoro astratto e totale.

Chiaro che qui la morte assume la caratura di una sottrazione estrema, intorno alla quale si potrebbe discettare a lungo ma che mantiene in modo comunque evidente, il suo carattere di gesto esistenziale, politico, morale nelle mani e nella volontà soltanto del suo ultimo interprete. Fatte salve, naturalmente, le scelte spettacolari e moralmente quanto politicamente ingiustificabili di chi la propria morte la sceglie insieme a quella di molti altri che decide, con più o meno discernimento, di portare con sé (gli esempi sono ahinoi sotto gli occhi di tutti).

Io tuttavia, in un quadro in cui, a maggior ragione, il suicidio appare più una scelta sempre più diffusa, mi limito a perorare una causa con una dichiarazione che ritengo di semplice buon senso: se ci è stata data la vita, senza interpellarci, (responsabilità a mio giudizio immensa, almeno per noi umani), non ci deve essere dato il diritto di togliercela?

Togliercela. Poterci dignitosamente levare di torno. Della serie: mi spiace, voi siete ok, vi ringrazio, un dono bellissimo, sicuramente ho torto io, ma permettetemi, a me non piace, o semplicemente non mi piace più, basta. Voglio tornare da dove sono venuto, anche se non so bene cosa sia.

Il guaio è che occorre coraggio, come dice Matzneff, uccidersi è anche un atto eroico, fatto salvo quando brucia il fuoco dietro. E’ difficile scegliere l’incerto per il certo, buttarsi nel vuoto.

E poi ancora non c’è il kit adatto: mi permetto di consigliarlo alla nuova etica e all’industria farmaceutica, anche per evitare che ingrassino solo le cliniche svizzere (ma che coraggio o che disperazione per fare tutta quella trafila, comunque, solo uno come Lucio Magri, uomo di altri tempi, poteva riuscirci!). Insomma qualcosa come Honeydeath, o Moribene, un pratico pastiglione a base di sedativi, analgesici e cianuro, per esempio!

Invece delle feste di addio al celibato si potrebbe stimolare e aumentare i profitti dell’industria dell’intrattenimento con le feste di addio, addio definitivo!

Tutti abbiamo da guadagnarci a rendere la morte una compagna amichevole, pronta per l’uso. Senza lasciarci morire di fame, come Attico e Silio Italico, proporrei un sistema veloce, indolore e confortevole, magari davanti al caminetto, con gli amici ( se ne sono rimasti), che ci assistono, con la nostra musica più amata e Lucifero, il gatto, sulle ginocchia.

Senza dimenticare che, come diceva pressappoco Cioran, poter pensare il suicidio salva dall’impulso a farla subito finita.

E dopo? Il suicida di sicuro troverà più quiete e la fine della sua disperazione.
Certo resta una terribile minaccia: la possibilità (per quanto remota) della reincarnazione!

lunedì 26 settembre 2016

Contro il totalitarismo calcolante




Quante volte ancora dovremo sopportare il dominio di una ragione violenta, di un pensiero meschino, unilaterale, sordido in ogni piega della nostra vita? Anche laddove credevamo, a torto evidentemente, che si potesse creare una trincea, una dimora al riparo, da cui semmai, con gli strumenti della cultura, far affluire linfa, far fermentare idee, sviluppare domande che impedissero di cedere a quella ragione, per opporre un’altra mente, un altro cuore, un’altra vita?

Mi riferisco ai luoghi del sapere, della cultura, almeno quelli, sempre più rari, dove, non subendo il ricatto mercenario dei soldi e delle attrezzature, si difenda ciò che resta (ma non è poco) di una cultura umana, aperta alla differenza, al molteplice, in cerca, inesausta nell’affermare diritti come quelli di essere altro, di essere con altro, di proteggere il minore, il diverso, la debolezza ma anche una ragione critica proprio quando essa sembra soffrire una politica dell’annientamento.
Ma no, oggi l’avanzata della ragione calcolante, non sembra disposta a risparmiare nulla. Complici quasi tutti, che sembrano non accorgersi neppure dell’attentato portato al nucleo intimo della loro opera, il calcolo sta espugnando anche le ultime roccaforti.

Penso agli istituti del sapere, della ricerca, alle università, almeno quelle che una volta si dicevano pubbliche e che oggi hanno statuti bastardi e profili dei loro custodi altrettanto imbastarditi ed equivoci. Con la scusa di una razionalizzazione delle risorse tutta da dimostrare, -non certo dalle esigenze del sapere-, chi ancora, sempre più timidamente, avanza la necessaria pretesa di un’autonomia, di un diritto di divergenza, di uno spazio e un tempo per poter ossigenare un pensiero che non diventi astenico e succube del miglior offerente, viene semplicemente ridicolizzato, sbeffeggiato, sarcasticamente giudicato vecchio, patetico e anacronistico.

La piega beffarda che assumono i volti dei nuovi tutori del pensiero calcolante non risparmia nessuno di quelli, ben pochi, che ancora provano a difendere il diritto di cercare, studiare e formare senza dover soggiacere al ricatto di qualcuno che finanzi, al suo controllo, al suo delirio di valutazione. Di una valutazione che sempre più invade il mondo del pesniero, della cultura e dell’arte pretendendo resoconti, obiettivi verificabili, tempi certi, risultati spendibili e di cui sia possibile misurare l’impatto entro ben determinate regole di utilità e guadagno.

Il tutto sotto una non più nemmeno dissimulata richiesta quantitativista, numerizzabile, misurabile, standardizzabile. In una cornice di linguaggi amministrativo-burocratici farciti di un inglese industriale sempre più insopportabile che rende davvero impossibile esprimersi a chi sia vissuto con l’idea che la cultura e il pensiero non possano che crescere e moltiplicarsi nella pluralità e nell’estensione poetica dei linguaggi, che possa svilupparsi fecondamente solo in assenza di vincoli così pressanti, così letteralistici e così calcolanti.

La persecuzione prende naturalmente di mira le creazioni che rimangono collegate all’humus del pensiero critico, della ricerca poetica, della riflessione autentica, che non può che svilupparsi nel tempo, attraverso un andirivieni immisurabile fatto anche di vuoti, di ripensamenti, di fratture, di vortici, di stagnazione persino.

Come si può immaginare filosofi della taglia di un Kierkegaard o di uno Schopenhauer sottoposti alla SUA, ai nuovi protocolli di valutazione che costringono a descrivere i propri obiettivi di ricerca e di formazione in un linguaggio oggettivo e quantificabile?

Ma non voglio neppure rifarmi a pensatori famosi, oggi in via di estinzione proprio a causa del totalitarismo monetarista e controllante che costringe tutti a omologare scritture, pensieri, progetti e a sgomitare sul teatrino miserabile dei finanziatori della ricerca come se fossero burattini dell’unica ragione che conti, quella che traduce il risultato di un’opera in profitto.

In questo teatro efficiente e soggiogato, noi che ci ostiniamo a non ridurci a impiegatucci di un’azienda per azioni che deve produrre risultati monetizzati, spendibili e sfruttabili nel breve periodo, siamo considerati cariatidi, macerie di un tempo che fu, disadattati, ritardati.

Ancor più delle nuove normative, dei protocolli, delle miserabili misure di riduzione del nostro sapzio vitale, ciò che più ferisce è il tono idiotizzato di chi sproloquia con arroganza, proprio tra i colleghi e i responsabili di tali luoghi che oserei quasi definire sacri, sull’unica certezza che le cose stanno così, che non ci sono alternative, che ci si deve adattare pena la scomparsa e che neppure si avvedono che sono loro i primi ad essere già scomparsi, annichiliti, resi vuoti a rendere per un progetto di mortificazione del sapere, della riflessione e della cultura che nessun impero, tranne forse quello sovietico e quello nazista, sono mai riusciti a realizzare così
capillarmente.

Faccio dunque appello a tutti coloro che resistono a questo, a chi è irrimediabilmente vecchio (o forse troppo giovane!), a chi non accetta di svendere il suo percorso di ricerca, o di cerca, come per molti di noi è, dal momento che lo studio e l’esplorazione della cultura sono intessuti profondamente con la nostra vita, a tutti coloro che ancora credono che pensare nono sia un’azione standardizzabile, numerizzabile e calcolabile in termini falsamente oggettivi, a dimostrare attivamente, anzitutto con le loro opere e il loro esempio, contro questo stato delle cose, a protestare, scioperare, contrapporsi, sabotare e incitare a salvare la riserva indiana che nel totalitarismo del calcolo, nella dannazione del calcolo, ci è ancora parzialmente data e che, bene o male, si chiama ancora (ma per quanto?) cultura.

mercoledì 6 luglio 2016

La violenza inelaborata



E’ difficile parlare di violenza. E’ una “parola-valigia” davvero consunta e spigolosa, piena di trappole semantiche e in fin dei conti poco analizzata.

Appare piuttosto comico dover partire al solito dalle definizioni però talora aiutano. Il dizionario dice due cose: 1) forza impetuosa e incontrollata; 2) azione volontaria, esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà (qui poi ci sono una serie di sottocasi ma meno rilevanti).
Non è male, come punto di partenza: abbiamo da una parte un impulso cieco e indeterminato (forza che si scatena senza che sia precisato come e su cosa) e dall’altra parte invece la descrizione, in generale, di un’ “azione volontaria” che obbliga altri o altro ad agire contro la sua volontà (è vero, si parla di soggetti ma proviamo solo a pensarlo come qualcosa diretto ad altro, per stare ancora un po’ lontani dalla necessaria e troppo ovviamente ribadita violenza intraumana).

Insomma da una parte una scarica di forza (presumibilmente indotta da quella cosa ugualmente complessa che noi chiamiamo rabbia e che di solito si appoggia su ‘un’altra cosetta variabile di soggetto in soggetto che invece possiamo definire aggressività). Dall’altra invece ci troviamo di fronte a un gesto consapevolmente diretto a forzare qualcosa o qualcuno a muoversi contro alla propria volontà e o aggiungerei forse, natura.

Insomma, se mi è consentito, e per ora io me lo consento, da una parte la furia cieca (la chiamerei violenza calda) e dall’altra la violenza deliberata (la chiamerei violenza fredda). Spero mi si perdonerà la grossolanità di questa distinzione ma credo possa avere un certo valore euristico, per dirla con le parole fini di chi fa la ricerca.

Ora, sarebbe lungo e forse fuori luogo elencare tutte le forme di violenza che ci circondano oltre a quelle di cui siamo di volta in volta vittime o agenti (diciamo con questo termine neutro per non cadere in gerghi criminogeni).

Prima sentenza dubitativa: siamo tutti vittime e attori di violenza, in un modo o nell’altro, violenza cieca (tipo prendere a scarpate una porta che non si apre dopo aver tentato di aprirla con metodi più consoni per un certo numero di volte a seconda dell’indole e del grado di tensione) e violenza ben vedente (tipo avvelenare una colonia di scarafaggi con un’insetticida truculento solo “perché ci fanno schifo”).

Capisco, sono esempi che non si confanno alle dolorose cronache del nostro mondo, e tuttavia credo sia importante tenerne conto.

Seconda sentenza dubitativa (lo dico solo per scrupolo professionale): la violenza è continua, onnipresente e inevitabile. Lo so che qualche rousseau o qualche harikrishna di buona volontà potrebbe mettere in dubbio ciò ma mi dispiace, io sto dalla parte di Leopardi (cfr. le numerose frequenze di questa riflessione cruciale nelle Operette, nello Zibaldone, nei Canti e così via).
Ovunque c’è battaglia, nella natura, inutili gli esempi, tra le cose (perfino!), tra le cose e la natura e infine tra l’uomo la natura e le cose. Tra tutti i violenti, senza ombra di dubbio, uno dei più pervicaci e inguaribili è proprio l’uomo. Non che non abbia altre qualità ma…questa disposizione, nutrita di aggressività e di rabbia, è sempre presente in ognuno, con gradi diversi di espressione comportamentale e di selezione dei destinatari.

Gli antichi, pace all’anima loro, sempre che ce l’avessero, avevano coniato un buon modo e anche economico per distinguere gli umani, con i tipi di bile presenti in essi: quella gialla, fragorosa e feroce, quella rossa, sanguigna, quella nera, mortuaria e algida, quella bianca, flemmatica e lenta. Ma non si facevano illusioni: tutti questi tipi sapevano fare violenza ciascuno a modo proprio. La bile gialla, che poi si è fatta coincidere con la violenza tout court, era solo uno dei modi. Ci si guardi dalla violenza dei melanconici, velenosa e mortifera, come da quella dei flemmatici, fredda e ritardata, o dei sanguigni, corposa e talora manesca. A ciascuno il suo.

Che vuol dire? Vuol dire che una delle manifestazioni costitutive del nostro mondo (e probabilmente dell’intero universo è la forza cieca e incontrollata così come l’intenzione di fare del male, per dirla in breve), specialmente quando quel mondo procede a velocità supersonica incitando alla competizione e alle sfide.

La violenza, più o meno terribile, è un carattere permanente del nostro mondo, umano e non. Gli animali si aggrediscono continuamente, sono attanagliati dalla paura, alberi, cespugli e fiori combattono tra loro per prevalere e diffondersi, uomini, donne e bambini si colpiscono con l’ampia varietà di strumenti che la cultura e la natura hanno loro riservato, senza requie.
La rosa degli esempi è talmente ricca e complessa che forse varrebbe la pena di compilarne una enciclopedia. Tuttavia, nell’economia forzata, per quanto possibile, di questo breve testo, mi toccherà scegliere qualche situazione sensibile.

Il guaio è che sono davvero tante, anche solo quelle sensibili: la città è violenta (come nel film del 70 di Sollima con Charles Bronson), troppo facile fare esempi, la guerra tra pedoni e automobilisti, tra automobilisti sigillati nelle loro auto condizionate e lavavetri, tra rumori, tra natura e cemento, tra aria sporca e polmoni, nostri e di chi vive di ossigeno intorno a noi ecc. ecc.. Non mi ci soffermo anche se meriterebbe. L’informazione è violenta (ci dissemina quotidianamente di dolore, di disgrazie, di truculenti casi di macelleria sicuramente più appetibili delle notizie normali (parentesi nella parentesi: non dirò una cosa nuova dicendo che noi, privati di violenza fisica, siamo poi affamati della visione della violenza fisica e anche iperfisica), contribuendo, insieme alle città, al lavoro, alle norme, ai doveri ecc. ecc., indubbiamente a far salire quella cosa che noi chiamiamo stress ma che credo andrebbe meglio tradotto con tensione e rabbia per le infinite frustrazioni e colpi cui noi tutti, consapevoli o meno, siamo sottoposti da tutte quelle cose insieme e anche molte altre).

Ma veniamo al sensibile sensibile, che più ci interessa, noi che ci occupiamo dell’allegra umanità e delle sue sorti progressive.
Terza sentenza dubitativa: famiglia e coppia sono campi di battaglia sanguinosi.
Tutti lo sappiamo bene perché in famiglia, prima o poi, ma di sicuro prima, tutti ci siamo passati. Naturalmente la maggior parte di noi si racconta che la famiglia è un nido, una cuccia calda, un luogo di protezione e di dialogo, di sollecitudine e di cura. Raccontiamocelo.
Tuttavia di solito non è così. Il conflitto è il vero piatto forte di ogni congrega, specie quelle non elettive, e la famiglia lo è ben poco, fatto salvo un certo desiderio reciproco provato in epoca remota tra i due principali contraenti (la coppia genitoriale). Tutti gli altri vi sono capitati (i figli) non per scelta. E dunque se ne deducano le molte complesse conseguenze.

Ma veniamo a bomba: questa benedetta coppia, gli uomini maltrattanti e le donne maltrattate.
Per carità, vero, tutto vero, e antico almeno quanto la nostra civiltà (postmatriarcale), fatto salvo che nell’ultimo secolo (il XX soprattutto) le donne, invece che essere semplicemente usate e buttate, emarginate e soggiogate, hanno risollevato le loro sorti (dove più, dove meno, dove per nulla) e oggi spesso fronteggiano i loro partner da pari a pari, talora pure con qualche punto di vantaggio (che una volta, secondo il Baudrillard, comunque possedevano, secondo il codice della seduzione, detto en passant).

Ora si dà il caso che, tra momenti di altissimo tripudio prossemico, di beatitudine affettiva e fisica, di condivisione e di protezione reciproca, si annidi il germe della guerra. Dolcissima e suggestivissima certamente ma talora anche spaventosa e omicida. Mi si intenda, da ambedue le parti. Non certo per sminuire l’orrore dell’omicidio in senso letterale, o delle botte in senso letterale, fatto che, nella maggior parte dei casi vede il maschio dalla parte dell’agente violento e la femmina dalla parte della vittima (termine sempre un po’ troppo carico di connotazioni ma ok) ma per ricordare che comunque di un teatro di guerra non unidirezionale si tratta.

Appare certo semplicistico provare a dire, nel grande frastuono, che anche le donne posseggono strumenti micidiali che uccidono (non in senso letterale). Essere uccisi dentro, aboliti dal rifiuto e dal disprezzo, dall’intelligenza (in media le donne sono più intelligenti e loquaci dei loro compagni) di una donna, può essere catastrofico per una psicologia maschile un poco rozza. Ma non voglio certo cavarmela con questa minuscola pagliuzza nell’occhio dei giudici. Il fatto è che la coppia è un organismo a rischio, lo si dica una buona volta. E ahimé inemendabile. La cultura aiuta certo ma vi sono illustri intellettuali che sono arrivati a uccidere la propria moglie (e mi risparmio gli esempi).

Il teatro della violenza è antico almeno quanto la nostra mitologia e il substrato di pulsioni inconsce che la ha fomentata. Vi ricordate Venere e Marte, che coppia eh! Se la facevano di soppiatto, all’oscuro del pur astuto Efesto, che però a un certo punto li mette tutti e due alla berlina nella famosa rete. Ma qui quello che interessa è la coppia: Venere e Marte. Venere vuole Marte, e viceversa. (Per una riflessione un po’ meno grezza di questa si veda Un amore terribile per la guerra di Hillman). Marte non vuole Estia , per dirne una, la dea del focolare. Vuole Venere, la bella e pericolosa. E lei vuole lui, bellicoso e tuttomuscoli. E forse lo vuole così anche perché nelle sue fantasie si aggira una pulsione masochistica, chissà. Ma anche questo è troppo semplice e banale (per quanto mi torni in mente una sentenza di Elisabetta Canalis che, in una trasmissione televisiva, a un’intervistatrice che la interrogava sui suoi gusti maschili, rispondeva: lo voglio con i muscoli, al cervello ci penso io. Meditare su ciò, meditare…).

Ma sia: i maschi hanno i muscoli, fatti in palestra, non certo con il lavoro o sui campi di battaglia, eufemizzazione che non trascurerei del tutto per una sua oggettiva rilevanza (e comunque anche molte donne hanno i muscoli da palestra) e ciononostante tanti sanno tenerli al loro posto. E per fortuna. Se no altro che emergenza sociale! Gli uomini sono ancora uomini, (benché talora demascolinizzati interiormente come vuole certa psicoanalisi), ed è così che li vogliono molte donne dall’indubbia e inopinabile femminilità.

Forse, per evitare la violenza domestica, una delle tante forme che assume il conflitto nel campo di battaglia della coppia (tramato da gesti di minaccia, assenze, mutismi, invettive, grida, oggetti innocenti percossi e demoliti, pratiche legali più o meno virtuali ecc. ecc.) e tra le quali ahinoi anche quella fisica ha un suo luogo, forse in chi (ma non sempre e non necessariamente) vi è più abituato, occorrerebbe demascolinizzare definitivamente il maschio e defemminilizzare definitivamente la donna, assestandosi su identità intersessuali ormonalmente pacifiche (non si scomodi comunque la teoria del gender, quella è ben altra cosa).

Ma insisto, conscio che mi sto facendo nemici e nemiche riga dopo riga, vuoi l’uomo palestrato e già abituato a risolvere almeno parte dei suoi conflitti con gli argomenti più diretti e incontrovertibili? Ok ma poi ci sta che, al colmo della tensione, quando le parole, già in lui non proprio abitudinariamente frequentate nelle loro più articolate sfumature, vengono meno e la pressione sanguigna improvvisamente sale vertiginosamente, qualcosa di implacabile e sinistramente materiale faccia la sua comparsa. Non è igienico portarsi un bisonte in casa.

Questo non assolve certo i maschi violenti, figuriamoci.
Ora però, ora, freniamo. Non mi interessano gli argomenti legali né terapeutici in senso personale, non credo ai casi individuali, né alla malattia, né alla malvagità.
Ogni uomo e ogni donna sono violenti, a seconda delle condizioni personali, della propria storia, della società in cui vivono e anche a seconda delle loro doti genetiche. Non vi è dubbio poi che la cultura, il linguaggio, un certo impulso a reprimere il gesto violento e anche la politica abbiano concorso a ridurre le violenze più efferate. Ma disboscarle completamente credo sia impresa davvero dura. Senza contare, ripeto, che l’aggressività, quella, resta, e i motivi del conflitto pure, umani troppo umani.

Ma permettetemi -sono un pedagogo in fin dei conti-, di concludere con un bagliore di speranza.
Quarta sentenza dubitativa: nella nostra civiltà l’aggressività e la violenza restano fondamentalmente inelaborate dall’educazione e dagli stili di vita egemoni.

L’aggressività in primo luogo.

E’ l’aggressività, pulsione umana, normale, diffusa a tutte le latitudini, che però può, sottolineo, può trasformarsi in violenza ma non necessariamente. E’ soprattutto lei che andrebbe studiata e trattata con più attenzione.
Sul piano educativo siamo in alto mare, la falla è talmente grossa che occorreranno decenni per porvi rimedio. Cominciando dai corpi, i corpi negletti e inchiodati dei bambini e dei giovani nelle istituzioni educative, specie dei giovani, si caricano di tensione, sono repressi, castrati e inoperosi.

Prima misura cruciale: nell’educazione mettere al centro il corpo, dargli la possibilità di esprimersi, scaricarsi, curarsi. Due orette di sport gli fanno il solletico e lo sport resta pur sempre una sublimazione. Ma vada la sublimazione, però anche con la musica, il teatro, l’arte , le performances, le arti circensi ecc. ecc.. Ma poi esiste una elaborazione diretta, non analogica: le arti marziali, che sono prevalentemente tecniche e esercizi di difesa, ma direttamente a contatto con l’aggressività, con la forza, con lo spirito guerriero, che in una forma o in un’altra alberga in tutti noi. Arti marziali, del combattimento, della lotta fisica, per ragazzi e ragazze, senza discriminazioni, perché si conoscano nel corpo e tra corpi, perché misurino la loro potenza, la loro energia, la loro sensualità, perché si sfoghino in un campo protetto e avvincente, scaricando al contempo il piacere del vincere e la frustrazione del perdere.

Ma anche elaborazione educativa dell’aggressività mentale, nel linguaggio, nelle dispute, nel dissenso. Esistono tecniche e arti del conflitto, della negoziazione, della discussione, strategie dialettiche, della comunicazione dialogica ecc. C’è tutto un territorio di conoscenza, autentica cultura polemica, che almeno un poco aiuterebbe noi tutti a vivere la nostra aggressività come una risorsa e non come un demonio da tenere sotto chiave finché non esplode. A questa cultura occorre rivolgersi per elaborare le radici della violenza, o almeno per provarci. Specie in epoca di intolleranza della frustrazione.

Mi trattengo dal parlare del cosiddetto bullismo perché già ho detto la mia altrove, anche su questo blog. Certo però che un minimo di apprendimento dal codice corporale delle istituzioni totali forse ci aiuterebbe a capirne qualcosa in più… Ma mi fermo qui.

E infine, diciamocelo. Lo diciamo lo diciamo ma non facciamo nulla. Questa nostra civiltà è intrinsecamente violenta, patriarcale nel profondo, ben oltre ogni evanescenza dei padri. Una civiltà del rumore, della velocità, della competizione, della produzione, dell’azione, delle sfide, dell’eccellere ecc. ecc., fallocratica a 360 gradi, è come una guerra continua, tutti contro tutti. E lo è, letteralmente. Fonte di frustrazioni continue, di tensioni, di infinite e interminabili battaglie, cosa ci aspettiamo che produca, oltre alle nostre “magnifiche sorti”? Produce violenza, violenza soffocata, ignorante, invisibile talora ma assai sensibile.

E talora anche violenza consapevole, intenzionale e forse anche giusta, quando difende dei diritti e delle possibilità represse. Ma questo aprirebbe un ulteriore complesso capitolo che per ora rimando.

E dunque? E dunque lo sappiamo: finché non riusciremo a rallentare, a decongestionare, a concedere spazio al silenzio, alla riflessione, alla meditazione, al piacere, al riposo, al sonno, ai vuoti. Finche non impareremo a fare amicizia con ciò che non cresce, assolvendolo una buona volta, finché non ci libereremo da questo mostruoso stile di vita che è il nostro e che è il prodotto della forsennata voracità di questa civiltà del fare inutile che è la nostra, sarà ben difficile vedere sorgere l’alba di un mondo più soddisfatto, meno incazzato, meno assatanato di mete vane e grottesche.

Intendiamoci, non che un mondo più mite possa cancellare la violenza. No, figuriamoci, Marte non può essere cancellato, né le Amazzoni. E tuttavia, può renderli più saggi forse, capaci di combattere senza uccidere, di confliggere provando interesse e impegno per l’arte del conflitto, e alla fine forse persino provare il desiderio di sedersi attorno a un tavolo a dissipare la rabbia e lo stress nel vino e nel piacere. Forse, forse (quinta sentenza dubitativa).

Ma questa, come diceva il barista di Irma la dolce, è un’altra storia.

domenica 7 febbraio 2016

"Voi dovete prendere una cosa, perché vi parli..."



“Voi dovete prendere una cosa, perché vi parli, come l’unica cosa che esista, durante un certo tempo come l’unica apparizione, che dal vostro amore attivo ed esclusivo si trova collocata nel centro dell’universo e a cui in quel luogo incomparabile servono in quel giorno gli angeli”
In un altro evo, in un altro eone, si potrebbe dire, scriveva così Rainer Maria Rilke a Baladine Klossowska.
Angeli? Quelli, davanti all'imperativo alla saturazione, han fatto fagotto da tempo. Amore esclusivo? Merce di altri tempi. Apparizioni? Roba da psicofarmaci.

Fare troppo fare male, si potrebbe dire, proverbialmente.

Che tempo inquieto, febbrile, tormentato! L’apollineo suggerimento di Rilke, solitario scultore del proprio tempo e della propria opera, da intendersi come autentico opus alchemico di distillazione poetica, oggi cade nel guazzabuglio, anzi nello gnommero, per dirla con Gadda, di un’umanità smarrita in un’operatività multipla e senza requie. Chissà che simpatico ritratto saprebbe farne lui, il Gran Lombardo, con il suo impareggiabile humour: …gli umani, se ancor tali si posson dire, appaiono sempre più come la rana di Spallanzani, uno scalpiccio di riflessi elettrici e un inane avviticchiamento a microscopiche protesi di materia insalubre che disperdono i loro vani fosfeni nell’aere…”

Se si è alle prese con una cosa sola, si avverte una specie di senso di colpa. Non far nulla poi, è solo una fantasia depressiva, un’allucinazione perversa.

Siamo tutti arruolati nell’esercito del superfare, del plurifare, al contempo guidare, comunicare al cellulare e programmare la spesa. Oppure leggere e ascoltare la musica, più magari cucinare. O anche, studiare, guardare la tv e chattare. E ognuno si faccia i propri esempi. Non proprio sempre in simultanea ma perlopiù con una capacità sempre più sofisticata di saltellare dall’una all’altra cosa con strabiliante rapidità.

E’ fin troppo facile e banale osservare quanto ciò corroda l’intensità di qualsiasi esperienza, quanto prosciughi la sua profondità, quanto determini un impoverimento straordinario delle possibilità di esplorare, estendere e articolare la singolarità di ogni opera.

Non si è mai con sé stessi o con-uno soltanto, sempre in molti, in molte cose, frantumati e alienati in corridoi che si sommano e si intrecciano non lasciando scampo alla singolarità immensa dell’unico incontro.

Non più tempo per la semplice contemplazione, non più tempo per il vuoto e per la riflessione, se non all’interno di esercizi meditativi che appaiono però non un elemento della consuetudine vitale quanto un esercizio compensatorio e spesso tristemente programmato.

La nostra vita scorre in un continuum sempre più accelerato e stratificato in cui tutto si macina parallelamente, si disperde, non riesce quasi mai ad assumere il rilievo che ne renderebbe possibile un compimento organico.

Troppo ci viene richiesto ma troppo, come ha ben visto Byul Chung Han, ci richiediamo, in un’orgia di autosfruttamento che non credo abbia eguali nella storia e certamente nella preistoria. Siamo sempre al lavoro, ogni cosa al centro del nostro campo di interesse è lavoro, cioè sfruttamento, operare con efficienza, nulla è più affidato al flusso naturale del tempo ma ad un timing completamente domesticato e compresso.

Dai bambini ai vecchi, che solo in virtù di qualche demenza possono placare l’ansia produttiva,
occorre darsi da fare, sia per dovere, sia per diletto, ma comunque dentro ad una macchina che impone ritmo, quantità e rapidità.

Per chi vive nell’università, una notoria ex-isola di privilegio-per-pensare, ciò si traduce nel truce imperativo ad essere produttivi, come se il senso della ricerca si potesse tradurre in prodotti, in quantità o in masse critiche. Sterminando attraverso ciò appunto il pensiero.

Il delirio è finalmente arrivato, non come un mostro a più teste che devasti il vivere sociale, ma come un saccheggio quotidiano e implacabile della nostra possibilità di fare esperienza, di poterla vivere pienamente, facendo di una cosa sola l’unica che, per un certo tempo, sia al centro della nostra attenzione, per tutto il tempo che la sua fisiologia, la sua statura, la sua anima, e il nostro smarrito amore, necessitino.

Ciò che ne deriva, è sotto gli occhi di noi tutti, se ogni tanto li alzassimo dal nostro frenetico fare, fare, fare.