la gaia educazione

la gaia educazione

martedì 11 ottobre 2016

Del voler morire




Gabriel Matzneff, autore francese poco amato dai benpensanti, scrive nel suo primo testo Le defi, nel 1965, un capitolo dedicato al suicidio presso i Romani, nel quale di fatto, byronianamente, e cioè seguendo uno dei suoi mèntori, tesse un elogio di esso. Così conclude il veemente saggio giovanile: “…il suicidio, nel quale taluni vedono una certa codardia, è un atto che richiede una sorta di eroismo. Così, nei tempi difficili, dura tempora, che sono i nostri, occorre fortificare le nostre anime con l’esempio degli uomini liberi dell’antica Roma, e saperci dire, con Seneca, che il coraggio davanti alla morte è la sola virtù di cui noi siamo sicuri d’avere bisogno un giorno. Vivere non è sufficiente. Il più miserabile degli iloti è capace di vivere. Occorre imparare a sottrarsi ai colpi della fortuna. Occorre saper morire” (Le defi, 1965,181).

Sicuramente aiuta a sostenere queste ragioni, ricordare che a Roma per esempio era più lo strumento che la pratica del darsi la morte a fare problema. E cioè scegliere tra la corda, la cicuta o il gladio (il coltello). E ricordarci dunque che il più utilizzato restava il gladio appunto, che annovera tra i suoi cultori e utilizzatori per l’ultimo saluto per esempio Plautio Numida, Calpurnia, Celio, Mario Scipione, Catone, Bruto, Cassio, Antonio e poi Osterio, Nerone Otone e molti altri. Tutto ciò è corroborante ma perché invocare esempi famosi?

Sì, è vero, la morale stoica ripugna alla nostra moderna concezione della vita, cui siamo tanto attaccati, anzi aggrappati, non conoscendo più il pregio della buona morte, la motivazione davvero incomprensibile, agli occhi di un contemporaneo, del tedium vitae, o semplicemente la voglia di farla finita quando il desiderio non trova più oggetti o il sostegno del corpo per potersi esprimere (come nel bel film Mare dentro di Alejandro Amenabar), o il tedium sui, da non sottovalutare, o la vergogna, certo.

Io mi sento di essere più secco e più cinico, se si vuole (con la già segnalata simpatia per i cinici, kinici non dimenticando la giusta distinzione di Peter Sloterdijk), accontentandomi di sostenere un’idea molto elementare. Nessuno mi ha chiesto se volevo vivere, dunque perché dovrei volerlo dopo ad ogni costo e fino a un’ incerta fine, che so?, consumandomi dolorosamente per un cancro o spegnendomi lentamente con un Parkinson o un Alzheimer?

Mi pare inelegante discettare su o confutare i motivi di suicidio. La vita è un’imposizione per tutti noi. Ad alcuni piace, ci si trovano come l’ostrica nella sua conchiglia, altri la sudano molto ma si adattano, alcuni invece proprio vi si trovano stretti e non vedono l’ora di squagliarsela. Mi pare equo.

Ultimamente vedo che l’impiccagione viene spesso eletta dai più intelligenti, penso a qualche noto e notissimo, come Foster Wallace o Robin Williams, un modo che i Romani non amavano e praticavano solo come extrema ratio. Sarebbe interessante scoprire perché scegliere un modo così violento e incerto ma credo che si possa rispondere con il fatto che è rapido, a portata di mano e non richiede armi costose (senza entrare nel merito dei significati simbolici di questa o di altre pratiche che sono, come è noto, numerosi ma anche discutibili).

Hemingway comunque si sparò in testa mentre Pavese si arrangiò con una decina di bustine di sonnifero. Tanti scrittori si sono suicidati, probabilmente perché a differenza di molti, avevano parecchio tempo per pensare (una disgrazia cui i nostri cultori del pensiero positivo forse potrebbero -e sono certo che ci riusciranno-, trovare il modo di porre rimedio geneticamente).

Pensavano e vivevano ahimè, non come i filosofi che pensano e basta, e dunque vivendo poco e male, neppure si pongono il problema del suicidio (tranne Socrate, che però è un “fuori testo” e Deleuze, che aveva letto abbastanza Nietzsche per sapere quando valeva la pena anche di smettere di pensare e Nietzsche stesso, che a suo modo si suicidò (cerebralmente) per eccesso di pensiero lucido).

Foster Wallace, non molto originalmente ma efficacemente, poneva la questione così: quando il fuoco dietro ti fa più paura dell’abisso che si spalanca davanti, ti butti. E in effetti a volte funziona proprio così. Ce n’è un bell’esempio in Mulholland Drive di David Lynch, di questi fuochi che ti fanno correre dritto ad ammazzarti.

A volte succede, penso al povero Monicelli che si sfracella dal terzo piano del suo ospedale o a Bettelheim, con quel sacchetto avvolto in testa, che forse però voleva solo vedere cosa significasse morire soffocati, come era capitato, in certo qual modo, a tanti dei suoi nei campi nazisti cui era scampato. Primo Levi, stessa vicenda, si buttò giù dalla tromba delle scale. I suicidi non conoscono distinzione di genere: Francesca Woodman si lancia dal tetto del palazzo in cui abita, stessa scelta di Amelia Rosselli. Sylvia Plath sceglie il gas con una preparazione meticolosa, Virginia Woolf si lascia annegare, Antonia Pozzi predilige i barbiturici. Ma sono davvero troppi quelli che mi vengono in mente, tutti peraltro degni di massimi rispetto e stima. Gente sopra la media, va detto, persone con un livello di consapevolezza incredibilmente sviluppato.

Ma certo il suicidio non capita solo a loro, capita ai ragazzi, alle ragazze normali, a gente disperata per le più diverse ragioni. Abbandoni d’amore, fallimenti, abusi patiti, malattie insopportabili, voragini psichiche. Noi non ne sapremo mai veramente nulla, fino al momento almeno in cui non ci decideremo a farlo.
O perlomeno, potremo fare finta di non sapere nulla del fatto che oggi, come ci ha splendidamente narrato Franco Berardi ( e prima di lui Jean Baudrillard), la morte è anche un sistema di resistenza, di opposizione radicale ad una forma di sfruttamento che mai si è data, quella condotta dal capitalismo finanziario e dal lavoro cognitivo parcellizzato, dalla captazione di attenzione (Stiegler) e dalla condanna all’autosfruttamento (Han), oltre che naturalmente delle mostruose condizioni di lavoro che regnano un po’ in ogni luogo nella stretta della competizione e del tutto contro tutti. Morire, o anche dormire, in una forma più attenuata, come condotta di rifiuto del lavoro astratto e totale.

Chiaro che qui la morte assume la caratura di una sottrazione estrema, intorno alla quale si potrebbe discettare a lungo ma che mantiene in modo comunque evidente, il suo carattere di gesto esistenziale, politico, morale nelle mani e nella volontà soltanto del suo ultimo interprete. Fatte salve, naturalmente, le scelte spettacolari e moralmente quanto politicamente ingiustificabili di chi la propria morte la sceglie insieme a quella di molti altri che decide, con più o meno discernimento, di portare con sé (gli esempi sono ahinoi sotto gli occhi di tutti).

Io tuttavia, in un quadro in cui, a maggior ragione, il suicidio appare più una scelta sempre più diffusa, mi limito a perorare una causa con una dichiarazione che ritengo di semplice buon senso: se ci è stata data la vita, senza interpellarci, (responsabilità a mio giudizio immensa, almeno per noi umani), non ci deve essere dato il diritto di togliercela?

Togliercela. Poterci dignitosamente levare di torno. Della serie: mi spiace, voi siete ok, vi ringrazio, un dono bellissimo, sicuramente ho torto io, ma permettetemi, a me non piace, o semplicemente non mi piace più, basta. Voglio tornare da dove sono venuto, anche se non so bene cosa sia.

Il guaio è che occorre coraggio, come dice Matzneff, uccidersi è anche un atto eroico, fatto salvo quando brucia il fuoco dietro. E’ difficile scegliere l’incerto per il certo, buttarsi nel vuoto.

E poi ancora non c’è il kit adatto: mi permetto di consigliarlo alla nuova etica e all’industria farmaceutica, anche per evitare che ingrassino solo le cliniche svizzere (ma che coraggio o che disperazione per fare tutta quella trafila, comunque, solo uno come Lucio Magri, uomo di altri tempi, poteva riuscirci!). Insomma qualcosa come Honeydeath, o Moribene, un pratico pastiglione a base di sedativi, analgesici e cianuro, per esempio!

Invece delle feste di addio al celibato si potrebbe stimolare e aumentare i profitti dell’industria dell’intrattenimento con le feste di addio, addio definitivo!

Tutti abbiamo da guadagnarci a rendere la morte una compagna amichevole, pronta per l’uso. Senza lasciarci morire di fame, come Attico e Silio Italico, proporrei un sistema veloce, indolore e confortevole, magari davanti al caminetto, con gli amici ( se ne sono rimasti), che ci assistono, con la nostra musica più amata e Lucifero, il gatto, sulle ginocchia.

Senza dimenticare che, come diceva pressappoco Cioran, poter pensare il suicidio salva dall’impulso a farla subito finita.

E dopo? Il suicida di sicuro troverà più quiete e la fine della sua disperazione.
Certo resta una terribile minaccia: la possibilità (per quanto remota) della reincarnazione!