la gaia educazione

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giovedì 23 febbraio 2017

BARBARIE DIGITALE E SPOCCHIA INTELLETTUALE




Sempre più spesso mi capita – ma sono diversi anni- di leggere testi, articoli e saggi di illustri ma anche meno illustri intellettuali italiani profondamente scandalizzati da quella che essi definiscono di volta in volta barbarie, degrado, analfabetismo di ritorno, ignoranza abissale, ecc. ecc.. E sempre più con toni apocalittici.

Non cito gli autori, sono tanti e sarebbe ozioso oltre che probabilmente controproducente.
Quello che conta è il cuore delle argomentazioni di tutti questi lai indirizzati al declino di una civiltà evidentemente molto presente ai nostri benemeriti ma che forse resta un pizzico presunta, almeno ai miei occhi.

Va da sé che i bersagli di questa ondata di raccapriccio, che ormai è una sorta di ondata continua che imperversa su giornali, riviste, blog più o meno fighetti, sono in primis i giovani, bersaglio talmente ovvio e usurato da risultare anche un po’ stucchevole ma in generale un po’ tutti, perlomeno tutti quelli che non sono stati approvati dalla congrega dei probi viri in oggetto.

E così ecco il flagello digitale, cui si imputano mutazioni antropologiche spaventose, uno scempio dei costumi e fin delle nozioni stesse di tempo e di luogo, lo scroscio liquido di un tempo la cui liquidità, più che idrica, sembra più assimilabile a quella del liquame di deiezione, il gergo sessualizzato dei giovanissimi e le loro pratiche indecenti e promiscue, lo stato di derelizione e restringimento lessicale cui inclina la lingua madre e anche l’invasione di quelle cugine e concubine, insomma un profluvio di fenomeni terrificanti che solo ad una travolgente apocalisse possono essere imputati.

Ma è davvero così? E soprattutto, prima era meglio? Quale prima poi e quali aggregazioni sociali davano esempi tanto lodevoli da insufflare nelle gote irritate di codesti aristoi il tifone di tanta indignazione?

Temo ahimé che ci troviamo di fronte a un fenomeno tutt’altro che nuovo, ancora una volta. Ma con una peculiarità che forse è davvero contemporanea. Infatti, mai come oggi, tanti, tantissimi, quasi tutti, hanno trovato modo di esprimersi in una civiltà dove il diritto ad esprimersi, in una comunicazione pubblica, è sempre stato ristretto a un numero assai piccolo di approvati talenti.
Cioè, più in soldoni: mai come oggi, l’arena pubblica è occupata, ma i nostri direbbero infestata, da un numero di attori davvero maggioritario, che spazia per età, classe sociale, classe culturale (ahinoi) e, ancor peggio, classe CULTURALE!

Tutti, con quei maledetti e diabolici strumenti digitali, possono dire la loro, con linguaggi ben al di sotto di ogni tollerabilità e con gerghi che corrompono e degradano il volto dell’unica e comprovata dialettica culturale e politica, quella appunto della ristretta élite degli intellettuali.

Piovono pietre, allora, dagli editoriali, dai fondi e anche dalle spalle dei più autorevoli scranni della pubblica opinione, sulle sguaiate uscite di un popolo che, essendo bue, sempre meglio farebbe a tacere e lasciar parlare chi ha strumento e intendimento.
Tempo, spazio, universo, pilastri della saggezza, pilastri della morale, pilastri della lingua materna crollano sotto l’impeto cinghialesco e grufolante di una turba che si fa un baffo di dire la sua a tutti i venti anche con qualche errore di ortografia e qualche volgarità davvero irresponsabile e scandalosa.

Sopracciglia si corrucciano e labbra si storcono di fronte a questo SPETTACOLO immondo e inverecondo.

Per quanto poi, il dilagare del fenomeno digitale, certo diffuso a tutti i livelli sociali, vede soprattutto perpetuamente abbarbicati ai propri telefonini proprio gli intellettuali che tanto strepitano, perennemente in comunicazione con i loro giornali, i loro fan e le liste d’attesa delle loro imperdibili e illuminanti conferenze. Anche se, proprio questi tutori della retta via filologica e civile, non hanno alcun problema a sedersi nei più indecenti talk show a inveire accanto ai peggiori fascisti, ai venditori di ogni ideologia d’impresa purché sia e ai vari bottegai dell’impero del profitto. Lì non hanno schifo, anzi stringono mani, eccome se le stringono! Anche se spesso, nel fragore dei ferri, pure a loro sfuggono periodi maldestri e lacune di congiuntivo tutt’altro che raccomandabili.

Insomma, diciamolo, ancora una volta la spocchia degli intellettuali, atterriti che il volgo metta lingua in un territorio a loro soltanto riservato storicamente, gronda sul mondo.

Per non parlare poi dei poveri giovani, grande e ovviamente irrappresentato mondo, che da sé ben di rado è invitato a esprimersi almeno nei grandi organi di influenzamento, che fungono sempre da stabile capro di espiazione per ogni colpa dei loro genitori.
I quali genitori smanettano a più non posso con cellulari e ipad, salvo poi dire che sono i figli quelli che vi restano aggrappati come al ciuccio salvifico.

A parte il fatto che non vedo come si potrebbe strappare a un ragazzino un giocattolo così affascinante, preparato con cura dall’industria adulta, dal marketing adulto e dalla frequentissima elargizione sotto forma di dono da parte degli stessi adulti. Si dirà, e come impedirlo? Appunto come, e poi anche e perché?

Vogliamo forse negare che si tratta di strumenti incredibilmente appaganti e potenti? Di giocattoli, mi si perdoni il termine, meravigliosi, in virtù dei quali siamo certo controllati e marcati a vista, ma possiamo anche fare, senza muovere il nostro deretano inabituato al moto, sia intervallato che perpetuo, di tutto e di più?

Un’invenzione senza uguali in virtù della quale, per i canali cui siamo addestrati da sempre, quello uditivo e quello visivo, con intermissione di abilità tattili piuttosto basiche, possiamo accedere praticamente alla rappresentazione di tutto ciò che esiste e non esiste ancora o non esiste più attorno a noi? Possiamo accedere a libri, a cineteche, a gallerie, a musei e certo anche a inesauribili ludoteche, pornoteche, e altre teche di ogni genere e grado? Strumenti con cui possiamo manifestare il nostro pur risibile punto di vista su tutto con platee spesso a noi congeniali e affini? Ma non voglio dilungarmi sui meriti di un dispositivo tanto piccolo quanto versatile, non sono un promoter dell’impresa che li fabbrica (il nostro capitalismo avanzato e democratico, si fa per dire).

Voglio solo dire ai miei colleghi, -e anche a me stesso, giacché anche a me è capitato talvolta di predicare sugli sguardi tolti alla contemplazione della nostra incomparabile civiltà per volgersi su una mise en abyme e una versione truccata e manipolabile di una realtà che francamente diventa, e non certo a causa dei telefonini, sempre più invivibile- perché non proviamo a spostare la nostra attenzione su meccanismi ben più violenti, pericolosi e quelli sì degradanti che riguardano la nostra marcia società? E per cui talvolta scorrere una chat tra giovani può essere ben più interessante e proficuo che leggere il blog più raffinato e quotato?
Vogliamo parlare della guerra delle eccellenze, dello sfruttamento dell’intelligenza e creatività giovanile da parte di un mercato che di tutto si interessa tranne che dalla vita di quegli stessi giovano cui indirizza continuamente i suoi strali? Che se dobbiamo processare una cultura è la cultura dell’aristocraticismo, della selezione, della punizione, che esercita alla passività, all’ignavia e all’omertà?

Che occorre imparare a distinguere, a leggere con più attenzione un mondo plurivertice e anche plurilinguistico e multietnico, ben diverso da ogni universo umanistico monopsicoide tanto celebrato quanto finalmente defunto con buona pace di tutti quelli (e sono stati e sono ancora milioni e milioni) che ha trucidato e estinto per far trionfare la sua tronfia e eurocentrica visione?

Che intorno a noi, come è probabilmente sempre stato, non c’è una gerarchia di strati della popolazione con diritti e doveri pensati e calibrati dai sistemi di potere sulla loro posizione culturale, economica e sociale, ma un “rizoma” con molte teste, un’idra, se volete, o un proteo ben difficile da domare ma che forse occorrerebbe cominciare ad ascoltare, per tributare finalmente un qualche valore a un termine tra i più violentati della storia, quello di democrazia? Magari articolando un po’ di più e un po’ meglio le forme linguistiche dell’ascolto, accogliendo meglio il visivo, il tattile e l’immaginativo?

E infine, per ora, e nella sintesi di un pezzo come questo, che i giovani, se davvero sono così sbagliati ma io non lo credo affatto, ma supponiamo che lo siano, lo debbono soltanto alla macchina infernale in cui li abbiamo infilati loro malgrado?

lunedì 6 febbraio 2017

UNA SVOLTA RADICALE IN EDUCAZIONE


La carica dei 600 parrucconi accademici







Cielo, di nuovo parrucconi che si strappano i capelli, barbogi che pontificano, megere che si scandalizzano!

Quando finirà la trista e trita litania del o tempora o mores? Quando le anime belle del tempo che fu smetteranno di piangere e sbraitare sull’incapacità dei giovani, sui loro sbagli, sulle loro incompiutezze? Di nuovo la vecchia catilinaria della lettura e della scrittura. “fanno errori da terza elementare!” “Non sanno le più pallide regole della grammatica!”. “Non leggono. Non sanno far di conto, non hanno disciplina”. “Le famiglie li rovinano. Le scuole non sono abbastanza esigenti”, "gli insegnanti sono dei mentecatti" e compagnia gridando e infuriando.
Che noia!
Forse occorrerebbe che qualcuno spiegasse ai 600 parrucconi in convulsione da matita rossa e blu, che l’università da parecchio è diventata un’istituzione di massa, che la scuola stessa è diventata da molti decenni di massa e che la civiltà è progredita al punto di non poter tollerare che bambini e bambine e ragazzi e ragazze siano tenuti nel terrorismo delle punizioni, dei castighi e del ludibrio pubblico.
Andrebbe loro spiegato che oggi gli strumenti di cultura si sono assai diversificati e non sono più racchiusi solo nelle biblioteche e nelle librerie e che la lettura ha ceduto il posto a infinite altre occasioni di informazione e di evasione, visto che , fino a prova contraria, coloro che leggono, nella stragrande maggiorana dei casi, leggono soprattutto per evasione, e scrivono solo quando è strettamente necessario e non certo per professione.
Sì, strappiamoci i capelli sulla triste sorta di una giovinezza perduta, ignorante e arrogante. Avanti il concerto: da Galimberti alla Mastrocola, dalla Tamaro a Lodoli, dall’Accademia della Crusca a quella del Politecnico! Giovani senza il dio della scrittura, alla mercè di preposizioni disarticolate, predicati immorali e complementi senza oggetto.

E allora? Irrigidire, disciplinare, sanzionare, moltiplicare i controlli, ergere sbarramenti. Perché non tornare anche ai ceci sotto le ginocchia?

Io credo che li faccia sentire bene, i (o ai?) nostri accademici, schizzare un po’ di merda di tanto in tanto sulle giovani generazioni. Forse gli dà un qualche motivo di esistenza, chissà.

Finiamola una buona volta. Oggi i ragazzi e le ragazze leggono infinitamente più di una volta, anche grazie ai loro dannati telefonini, anche grazie a internet, e scrivono, scrivono molto di più. Leggono e scrivono ciò che interessa loro e non ciò che vogliamo noi. E leggono e scrivono bene o male, ma si intendono.

Io insegno al primo anno di un corso di laurea di educazione, dove approdano studenti che vengono con titoli di studio anche molto poco à la page, eppure scopro tesori di intelligenza, maestria di scrittura, poetica e prosaica, e lettura tutt’altro che banali. Certo in alcuni, come è sempre stato peraltro, in molti altri avverto difficoltà, come sempre è stato peraltro. Capisco che essi comunicano attraverso linguaggi differenti, anche scritti, la cui grammatica e semantica è talvolta differente da quella del toscano cruscante, ma non meno ricca, anche articolata. Le loro faccine sulle loro chat sono forse piè economiche che scrivere del “rumor di croste” della biada, eppure hanno una loro densità, specie quando moltiplicate e associate.
La verità è che non gli stiamo dietro, che loro sono veloci e che se ne fregano delle nostre auree regole. Più o meno come sempre hanno fatto i giovani sani, non quelli già gobbi che immancabilmente finiscono a far marcire le loro frustrazioni dentro le Accademie.

Rassegniamoci: occorre un movimento esattamente inverso. Siamo noi che dobbiamo adattarci, non loro. Siamo noi che dobbiamo aggiornarci, non loro.

Non solo. Se davvero ci teniamo a fargli volgere l’attenzione verso qualcosa che riteniamo cruciale (e qui potrei trovarmi più che d'accordo anch’io. Che leggano Eliot o Rimbaud o Celan o Rilke, lo ritengo piuttosto essenziale). Ma mai ci arriverò sottoponendoli a pene e sanzioni. Occorrerà che elabori dei circuiti motivazionali virtuosi, magari legati ad atti reali, che li chiamino prepotentemente alla lettura, non alle vessazioni dei controlli e delle prove.

Nessun autentico apprendimento è mai passato attraverso la severità (tranne che per i masochisti), solo finzioni di apprendimenti, simulazioni, buone per saltare l’ostacolo e poi scordarsene. Se vogliamo che si appassionino alla scrittura, cosa che in sé è buona e giusta, benché sia falso dire che essi ne siano più di quelli di altri tempi digiuni, occorre trovare il modo di appassionarli facendo leva sulle loro motivazioni, non quelle di qualche obsoleta e fatiscente disciplina istituzionale.

Volete che usino le parole “obsoleto”, o “fatiscente” o “apodittico”, allora occorrerà fare un lungo giro, dentro il sangue e la carne delle loro vite, perché quei termini si conficchino dentro di loro come significanti di significati ricchi di vita, non mere parole imparate a memoria.

La si finisca una buona volta con questo moralismo angusto e cieco, si guardi in faccia la vitalità di questi giovani, che ogni anno trovo un po’ meno addomesticati dei loro progenitori, più aperti, più vivi - probabilmente anche grazie a una scuola che sta finalmente dismettendo la bacchetta e il pugno sulla cattedra, in virtù di insegnanti sicuramente un po’ meno rincoglioniti umanamente di quelli che li hanno preceduti-, più curiosi, più perspicaci, e –perfino!- in virtù delle nuove tecnologie, preziosissime per scoprire ed esplorare ben oltre i confini dell’apprendimento scolare, più informati, magari a modo loro, ma informati.

Io ho imparato a imparare da loro, e basta mettergli sul piatto un cibo saporito per vedergli spalancare gli occhi e la bocca, pronti a gettarsi con persino troppo slancio sul boccone.

Non c’è bisogno di ristabilire la disciplina, c’è bisogno di gaia educazione, di amore, di passione, di contenuti alla loro altezza, di mete realizzabili, di azioni, di gesti, di compiti reali. Basta con il tartassamento di insegnamenti senz’aria, corpo e senza remunerazione umana! E soprattutto basta con la nostalgia di un passato che, ad onta dei fasti di cui personaggi che emanano solo tristezza e polvere li ammantano, sono stati tra le pagine peggiori della formazione dei piccoli d’uomo, oppressi, castrati e castigati oltre ogni possibile giustificazione.